La guerra tra Israele e Palestina al cinema con Il giardino di limoni
Ottimi incassi per Il giardino di limoni, film di Eran Riklis sul conflitto Israelo-Palestinese. Attenzione, però: non è una pellicola di guerra, ma una storia che parla – soprattutto – di confini e muri. Alla blogosfera è piaciuto… con qualche eccezione
In questi giorni in cui il tema è – terribilmente – di attualità, con i suoi morti e il solito filo della matassa che sembra non trovarsi mai, ho visto un film che -in maniera allegorica – tratta dell’eterno conflitto tra Israele e Palestina: Il giardino di limoni (titolo originale: Lemon Tree) di Eran Riklis.
La blogosfera ha aperto un vero dibattito intorno a questa produzione internazionale (Israele, Germania, Francia) e c’è chi applaude l’opera e chi invece non ritiene il film all’altezza delle aspettative: di certo ha il grande merito di far arrivare a tutti la Storia, quella giocata sui discussi confini medio-orientali.
Iniziamo con qualche indicazione generale sul film e la sua trama. Ecco cosa scriveva Il cinemaniaco in occasione del Torino Film Festival:
Lemon Tree, film diretto dall’israeliano Eran Riklis, già autore di Zohar e La sposa siriana, racconta la storia coraggio di una donna, Salma, interpretata da Hiam Abbass, una vedova palestinese che vive in un villaggio della Cisgiordania. Scopre che il suo nuovo vicino di casa è il ministro della difesa israeliano. Quando, per ragioni di sicurezza, le viene intimato di abbattere quel giardino di limoni che rappresenta il suo unico sostentamento e le sue stesse radici, la donna non si da per vinta e porta la causa in tribunale.
La solidarietà inaspettata della moglie del ministro, mossa dalla complicità femminile e l’amore del suo giovane avvocato, riescono a sostenerla in una sfida che a tutti sembra impossibile.
Palestinesi ed isrealiani sono stati spesso protagonisti di film interessanti, soprattutto ai festival. Il tema è scottante, delicato, sempre di attualità e si presta facilmente al coinvolgimento o alla partigianeria.
Il giardino dei Limoni, presentato in anteprima al festival di Berlino 2008, e nella sezione fuori concorso alla 26ma del TFF, è un leggerissimo racconto, visto dall’altra parte del mondo, il Medio Oriente, paese in continua evoluzione; speranza, ottimismo, pessimismo, nuovi orizzonti, rivoluzioni, un giorno nuovo, il futuro, il passato, sono parole usate per descrivere la situazione di un luogo dove è accaduto di tutto.
Il giardino dei limoni (dal 12 dicembre nelle sale italiane) è un assurdo mix di dramma ed ironia, tragedia e commedia, luci ed ombre che contraddistinguono la storia di israeliani e palestinesi.
Per una volta si parla di guerra senza far sparare nemmeno un fucile: il tonfo sordo dei limoni che cadono nel giardino della palestinese Salma, requisito dai Servizi Segreti israeliani, produce lo stesso tuffo al cuore dei razzi sparati su Gaza.
Come spesso accade, è la complicità tra donne – la palestinese e la moglie del Ministro israeliano – a segnare il film e la storia. Ecco cosa scrive in merito Katerpillar:
Insomma fatalismo insegna che Israele, governo ed esercito, non sono abituati a fare passi indietro. Avranno i loro fondati timori di essere sempre sotto attacco e rispondono con la mano pesantissima. Risultato: la vedova si facesse da parte. Invece Salma si rivolge ad un giovane avvocato (Ali Suliman), che dall’apparenza non avresti detto capace di arrivare fino alla Corte suprema di Israele. Non vi diciamo come finisce. Però la caparbietà con cui Salma protegge un luogo fisico e dei ricordi, in una zona dove ogni pezzetto di terra segna già un confine, fa esplodere le contraddizioni pure nella famiglia del ministro. La moglie del ministro prende posizioni in favore della Salma e si fa aiutare da una giornalista. Ancora una volta tre donne – la vedova, la giornalista, la moglie del ministro (Rona Lipaz-Michael) – marcheranno la differenza. Il buon senso è femmina.
Marco Giovannelli nota, però, come il messaggio finale del film strida con la realtà attuale:
Un film intenso che con delicatezza entra nelle emozioni delle due donne. Tra loro c’è solo una rete metallica e una cultura di guerra, di odii, pregiudizi che sembra impossibile da superare. O quasi perché con pochi gesti e sguardi tra le due nasce un sentimento nuovo che lascia alle spalle l’ostilità che sembra essere nella natura delle cose. Due belle donne, forti e affascinanti che sono loro malgrado vittime di logiche più grandi.
Un messaggio però che sembra stridere con quanto sta succedendo in questi giorni e che manda in aria l’idea che solo dalle donne possa arrivare un diverso futuro. Il ministro della difesa isaraeliano che ha ordinato le rappresaglie a Gaza è infatti una donna.
Il film è generalmente piaciuto molto, tanto che le sale hanno moltiplicato le copie per far fronte alla richiesta (fonte VivaCinema):
Partito il 12 dicembre con sole 10 copie, dopo aver realizzato la più alta media per sala nel primo weekend, il film ha continuato a registrare un consenso crescente grazie al passaparola degli spettatori e alle entusiastiche recensioni della stampa, con grande soddisfazione della Teodora Film, che distribuisce il film, che ha preso atto che il Natale non è solo tempo di “cinepanettoni”.
Lorenzo Cairoli va a vedere il film mentre a Gaza muiono 400 persone e racconta il punto di vista di chi ha vissuto in Medio Oriente:
Tre anni fa, io ero lì e condividevo una grande ebrezza coi miei amici israeliani e palestinesi. Vidi vincere Sharon, vidi l’esodo dei coloni dai loro insediamenti. Un’intera nazione si fermò davanti a quelle immagini. Un’intera nazione pianse. C’è chi si ricordò del primo, drammatico ritiro israeliano quello da Yamit nel ’82, l’insediamento nel Sinai restituito agli egiziani. C’è chi con la mente andò molto più a ritroso, alla Shoà. Quell’arancione scelto dai coloni e dai loro sostenitori, che colorava le stelle di Davide che abbiamo visto sul petto di tante adolescenti, ricordava in modo inquietante il giallo delle stelle di Davide che i nazisti imponevano agli ebrei di portare nell’Europa invasa da Hitler. Per fortuna di Sharon, l’acido di Kfar Darom ricompattò l’opinione pubblica che subito si strinse attorno al suo leader e ai suoi soldati. A quel punto speravamo tutti di essere di fronte a qualcosa di epocale, ma la svolta non ci fu. Gaza diventò un Hamastan e la frattura tra Hamas e Abu Mazen apparve a tutti definitiva e insanabile. Così Abu Mazen in Palestina non contava più e non controllava più niente, mentre Hamas, come tutti temevamo, si candidava alle elezioni. Il 4 gennaio 2006 Ariel Sharon fu vittima di un ictus che lo mise definitivamente fuori gioco. A febbraio, Hamas vinse le elezioni. Tutto da rifare. Nello stato-vulcano non appena si accende una scintilla di speranza o si registra un calo di violenza, i sismografi impazziscono e sulla pace che avanza, la lava soffoca ogni speranza.
Tre anni dopo Abu Mazen siede al tavolo della trattativa ma non i signori di Gaza che il 18 dicembre hanno decretato la fine della tregua. E ora accade quel che accade. Per Peres, misure di sicurezza necessarie. Per i palestinesi e per il resto del mondo, una strage. Forse adesso, il messaggio del film di Riklis risulterà ancora più chiaro e i paradossi che durante la visione potevano apparire un po’ forzosi, inevitabili e necessari.
Ma c’è anche chi non ha gradito il film, malgrado gli ottimi spunti narrativi e il richiamo a una realtà concreta, parola di Civati:
Come tutti sono da giorni in pensiero per Gaza e per quello che succede in Medio Oriente e, come tanti, ho pensato di andare a vedere Il giardino di limoni (che poi dovrebbe essere ‘dei’ limoni, come quello ‘dei’ ciliegi, no?) e devo dire, semplicemente, che è un film che si sarebbe potuto fare meglio. «Il lieto fine c’è solo nei film americani», dice, polemicamente, uno dei personaggi. Il problema è che nei film americani ci sono anche la sceneggiatura, la cura dei dialoghi, la definizione dei personaggi (e nel caso del ministro israeliano siamo al grottesco), la direzione della fotografia e qualcuno che sappia inquadrare la scena. Tutte cose che a questo film mancano. So che il tema è delicato e attuale, e l’idea che ha ispirato il soggetto assolutamente apprezzabile e commovente, ma il film è deludente, oltre ad essere prevedibile in ognuna delle sue parti, finale compreso.
Eppure gli incassi durante le prime settimane di programmazione premiano la pellicola, come sottolinea Megamodo; e anche sui blog la maggior parte delle recensioni fanno pensare che si possa rimanere incantati di fronte a questa storia.
Secondo Goldkorn – blog de l’Espresso l’unica pecca della versione italiana è che si perde il bilinguismo che contraddistingue i dialoghi:
Soprattutto: il regista Riklis è riuscito a fare un ritratto quasi perfetto della società israeliana, quando ha a che fare con i palestinesi. C’è paranoia, ottusità, cinismo, fede assoluta nella forza, disprezzo degli altri. C’è l’idea che tutto è permesso (siccome alla festa del ministro mancano i limoni, si va nel giardino della vicina a raccoglierli). C’è anche un triste ritratto della società palestinese: dove le donne sono private di ogni diritto e dove regna una retorica verbosa quanto inutile, unita anch’essa a un profondo cinismo e disprezzo degli altri. C’è poi la storia di come le due società interagiscono e di come i palestinesi e gli israeliani condividono un piccolissimo spazio di terra, che se diviso da un muro, rende il tutto tristissimo. Chissà, forse meglio la violenza della separazione, sembra dire Riklis. C’è infine la grandiosa attrice palestinese israeliana Hiam Abbas. Bellissima pure la colonna sonora.
Ed è un peccato, che il film sia stato doppiato e non mandato in sala in versione originale con sottotitoli. Si perde il fatto che gli ebrei parlano l’ebraico, gli arabi l’arabo etc. Un film perfettamente bilingue, reso italico.
Io l’ho trovato un film molto bello e delicato: un modo femminile di guardare a un conflitto che si è “incartato” su se stesso e che mette in gioco confini e barricate che fanno dimenticare che da entrambe le parti ci sono persone – spesso più simili di quello che vogliono credere.
Basterebbe non avere un muro a bloccare lo sguardo e a rendere tutti un po’ ciechi.
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