Quotidiani in crisi, i blogger dicono la loro
E’ crisi per il giornalismo su carta, sia all’estero che in Italia. Ma la Rete sarà la sua condanna definitiva o la sua salvezza? I quotidiani tradizionali spariranno o rinasceranno con una nuova pelle, on-line?
Fra la crisi economica mondiale e il rinnovamento totale dei media portato dall’uso sempre più massiccio della Rete, le nostre abitudini quotidiane stanno cambiando radicalmente. E con esse anche l’assetto della società.
Molti concordano nell’annoverare fra le prime vittime annunciate proprio i quotidiani cartacei: la perdita di lettori è dovuta a molteplici ragioni e non solo ai costi sempre più alti dello stampare un giornale.
Se c’è una parte della popolazione che si è disabituata alla lettura, e non solo di quotidiani, ce n’è un’altra che ormai si informa esclusivamente su Internet.
L’allarme stavolta è arrivato da Oltreoceano: il Seattle Post Intelligencer, storica testata del giornalismo americano attivo fin dal 1863, è stato costretto a chiudere ufficialmente i battenti con il numero del 16 marzo 2009.
La notizia non sorprende più di tanto, considerando i pesanti debiti che il quotidiano aveva accumulato negli ultimi anni. La testata continuerà però a esistere, ma esclusivamente in forma telematica passando da una redazione di 165 persone a soli 20 dipendenti.
Questa è la vera notizia, poiché molti vedono appunto il passaggio sul Web come l’unica salvezza dei vecchi giornali cartacei. E’ una teoria riportata anche da QuoMedia:
Internet appare come una delle poche soluzioni alla emorragia pubblicitaria: carnefice dei giornali cartacei e allo stesso tempo carburante per la sopravvivenza di molti editori, che vedono nella sua capillare diffusione (e dai conseguenti introiti promozionali) una risorsa ancora non del tutto sfruttata.
Resta da vedere quanto e come sia possibile fare giornalismo (cronaca e approfondimenti) stando esclusivamente seduti a una scrivania, con mezzi ridotti e pochissimo personale precario.
Naturalmente la trasformazione da quotidiano stampato a sito di informazione on-line richiede numerosi riassestamenti sia di carattere redazionale che commerciale. Punto Informatico ci fornisce tutti i dettagli relativi alla metamorfosi del Seattle PI:
Inoltre, nel nuovo progetto non è prevista distinzione tra reporter, editor e produttori: tutti gli effettivi della redazione dovranno essere in grado di scrivere, fare foto, costruire e montare prodotti multimediali. (…)
Allo stesso tempo, il presidente di Hearst Steven Swartz ha assicurato che il nuovo spazio sarà qualcosa di più di un semplice giornale online. Swartz ha parlato di una “piattaforma per la comunità” all’interno della quale troveranno spazio news, editoriali di qualità, database locali e un ampio network di blog (firmati sia da giornalisti che da cittadini dell’area). Ulteriori contenuti, secondo Editor&Publisher dovrebbero emergere dal “repackaging” di altri materiali prodotti in rami differenti del gruppo Hearst.
Anche il modello di raccolta pubblicitaria è destinato a cambiare. Swartz ha spiegato ai giornalisti che è già stata creata a questo scopo una “digital agency locale”, che si occuperà di vendere agli inserzionisti locali la pubblicità del Seattle P-I nonché quella dei suoi partner (tra cui Yahoo, Kaangoo, Google, Yahoo e MSN).
Sono innovazioni che il mondo editoriale americano – e non – tiene d’occhio con grande attenzione, poiché ora più che mai entra nel vivo la ricerca di un rinnovamento del giornalismo tradizionale che ne tenga a galla le sorti economiche.
Anche il New York Times, che di recente ha dovuto mettere in vendita la sua nuova sede creata ad hoc da Renzo Piano, è alla ricerca di modi per coinvolgere nuovi lettori. E tenta la carta dei blogger. Ce ne parla Tech&roses:
Da lunedi scorso sul sito del New York Times è stata attivata una nuova sezione, The Local, che riporta le news locali di due aree geografiche. Ogni area è curata da una redazione composta da un giornalista del NYT che vive in quella zona e da blogger locali ed è aperta ai contributi dei lettori che possono inviare immagini, video, segnalazioni.
Nella sezione Who’s Who vengono presentati con pari rilievo i giornalisti professionisti e i blogger.
È un esperimento che sicuramente ha le sue radici nella crisi dei quotidiani e in particolare delle pagine locali, sempre meno sostenibili con una redazione tradizionale, ed è un progetto pilota che intende sperimentare nuove forme di giornalismo partecipativo.
Più che per i blogger, l’approccio del New York Times è innovativo per la localizzazione dei contenuti. Una delle teorie attuali infatti è che per attirare i lettori sia più importante fornire informazioni più attinenti ad argomenti specifici invece di trattare un po’ tutti gli argomenti in maniera generale. E’ un po’ quel che dice l’esperto di new media citato da Robin Good, a sua volta uno dei maggiori conoscitori nostrani:
Infatti, come l’esperto di contenuti multimediali John Blossom spiega in questo articolo, molte opportunità di crescita di mercato dei contenuti online non sono state ancora sfruttate solo per la mancanza di approcci davvero innovativi per la generazione dei profitti. (…)
Invece di investire denaro a palate nelle nuove tecnologie dell’online publishing, gli editori online devono concentrarsi sull’aggregazione e la distribuzione di contenuti focalizzati, soddisfacendo le richieste precise dei loro utenti.
Una scelta simile è, ad esempio, quella del Guardian, come ci spiega un altro post recente di Punto Informatico:
Massimizzare la circolazione gratuita come mezzo per massimizzare le entrate monetarie. È questa la sfida che sta dietro a Open Platform, il nuovo progetto di distribuzione editoriale appena intrapreso dal Guardian. Il sistema offre a tutti la possibilità di riusare gratuitamente i contenuti generati dalla redazione, in cambio dell’impegno a veicolare le inserzioni pubblicitarie del quotidiano. Che sia un modello di business praticabile per i giornali?
Eppure, ci ricorda Canale Economia di Panorama.it, la situazione dei quotidiani avrebbe anche tutte le carte in regola per un nuovo decollo, se riesce a trovare il modo giusto per gestirsi in questo momento storico:
Il paradosso, osserva Timothy Egan, esperto di media dell’Herald Tribune (l’edizione internazionale del New York Times), è che la crisi dei giornali arriva mentre la loro audience globale sta crescendo più velocemente che mai grazie alle edizioni online, che tuttavia nella maggior parte dei casi sono gratuite e generano entrate pubblicitarie ancora troppo basse. I siti dei quotidiani americani hanno attirato nell’ultimo trimestre del 2008 quasi 70 milioni di visitatori (+12 per cento sull’anno precedente) e il 40 per cento di coloro che navigano su internet si trovano sul sito di un giornale. In Europa, la tendenza è simile, ma la scelta di fornire contenuti gratuiti appare una strada non praticabile in futuro.
Alcuni quotidiani hanno proposto la formula dei micropagamenti per il loro contenuto on-line. E’ una scelta che in passato si è rivelata fallimentare sia per i quotidiani che per altri tipi di pubblicazione in Rete, e Levysoft ce lo ricorda, suggerendo invece soluzioni ricche di buon senso:
Francamente non credo che che il modello a pagamento possa essere una risposta e farsi pagare le notizie pubblicate online non può essere la panacea di tutti i mali: esistono altre vie per guadagnare e la pubblicità ne è solo uno: guardate come sono farciti di banner pubblicitari siti come Repubblica.it o TgCom, eppure sono tra i siti più visitati e, anche se talvolta risulta essere davvero invasiva, non per questo evito di visitare un sito di informazione. Ovviamente, è anche scontato affermare che i giornali dovrebbero puntare più sulla qualità degli articoli che al volume degli stessi, anche se spesso chi legge si accontenta di articoli semplici e veloci ma che fanno scalpore, piuttosto che a riflessioni ponderate sui vari argomenti di attualità.
La scarsa qualità degli articoli, secondo Massimo Russo di Cablogrammi, è proprio una delle cause principali della crisi dei quotidiani:
Non è stato solo il digitale a mettere in crisi i quotidiani Usa, ma il combinato disposto di internet e della sciatteria, del cerchiobottismo e dell’incapacità delle redazioni di proporre all’opinione pubblica fatti e campagne da trasformare in una bandiera. Lo afferma Robert Niles in una riflessione sui giornali americani su Ojr. In sostanza, come già da tempo sostiene Philip Meyer, autore di The vanishing newspaper, ben prima del declino delle copie è entrato in crisi il modello di influenza sociale rappresentato dal quotidiano.
Naturale quindi che, non potendosi più fidare delle notizie spesso approssimative fornite da molti quotidiani, i lettori siano passati all’informazione on-line. Non sorprende quindi che la stessa cosa stia succedendo qui da noi e che, anche se non se ne parla, i quotidiani italiani stanno attraversando un periodo assai difficile. In un post de Il Solforoso, ad esempio, si denuncia la tendenza a minimizzare questi fatti:
In Italia, invece prosegue tutto come se nulla fosse, con cordate d’investitori del Corriere che non si sa bene che mestiere facciano e delle riunioni di redazione in cui Paolo Mieli dice che non lo preoccupa la caduta verticale delle copie vendute, finchè ci sarà la pubblicità a sostenere il giornale (e i contributi di Stato, aggiungo io…).
Stiamo correndo tutti dietro al pifferaio di Hammelin e ai suoi pagatissimi epigoni. Soltanto ieri, al summit di Berlino, tra lo stupore di tutti, Lui, allegramente dichiarava che sì c’è la crisi “ma le difficoltà che ho ascoltato non riguardano l’Italia… Noi stiamo meglio di tutti…”
Ottimismo, perdio!
Woland di Amici di Don Franco festeggia a suo modo la crisi dei giornali italiani:
Sono felice perche’ i giornali italiani sono lo specchio dell’Italia: ciascuno pensa di coltivare l’orticello di casa di tre metri per tre, coi cinque piselli e due ravanelli, stando attenti a cio’ che si dice e cio’ che si fa, senza scontentare nessuno. E, sempre, nella piu’ generale e devastante ignoranza – articoli scritti male, italiano stentato, termini scorretti, scelta di priorita’ quanto meno discutibile. (…)
La buona notizia e’ che questi incapaci muoiono di fame perche’ sono delle capre ignoranti. E a farli morire e’ internet. I blog, la possibilita’ di cercare informazione in modo indipendente, di controllare le fonti, di studiare le loro relazioni: internet e’ la metafora del sacrificio che si fa per costruirsi una cultura e, quindi, una coscienza civile. Questi signori sono tagliati fuori, perche’ la tecnologia non la conoscono. (…)
Una volta, per mettere fine alla crisi, avrebbero imbottito i quotidiani di videocassette di film di Toto’. Oggi, invece, gli utenti accendono il PC e lo guardano su YouTube.
Il giornalista nostrano Antonio Dini, dicendo la sua sulla chiusura del Seattle Post Intelligencer, non manca di pronunciarsi sulla situazione di casa nostra:
Ero da quelle parti due settimane fa, il ricordo di quella redazione è ancora vivido. E dopo aver ascoltato il dibattito nostrano, la voglia di prendere su i miei giocattoli e andarmene via dal giardinetto, poi, è sempre più forte. Perché la massa dilagante di tecnocrati e scimmiette davanti alla macchina per scrivere non ha mai avuto la passione per questo lavoro, che è fatto sia di notizie che di piombo e di carta, checché ne dicano i guru dell’informazione che non fanno i cronisti. Quindi, per piacere, almeno per oggi, ascoltate il silenzio di un giornale che viene mutilato a morte e rimane solo online. Domani riprendete pure a starnazzare le vostre massmediologìe.
Un caso emblematico, che non ha mancato di farsi sentire on-line, è quello delle cattive acque in cui naviga il quotidiano di sinistra Il Manifesto, penalizzato più di altri dai recenti tagli governativi.
Malingut, ricordando la celebre inchiesta di Report sui finanziamenti ai quotidiani di un paio d’anni orsono, spiega perché qui in Italia i problemi della stampa sono spesso diversi da quelli del resto del mondo:
Lo Stato sostiene alcuni giornali più di altri. Lo Stato droga il mercato a favore di alcuni soggetti, che già detengono una posizione di vantaggio. Non hanno niente da dire, i sostenitori del libero mercato e della concorrenza? Sono ancora convinti che se Il Manifesto è in crisi è perché non lo legge nessuno? Sono ancora convinti che a uccidere Il Manifesto sia il libero mercato? È libero un mercato in cui il più importante quotidiano nazionale è in mano ai principali potentati economici, che lo utilizzano non per lanciare apertamente battaglie politiche, come sarebbe legittimo, ma in modo sotterraneo per ricattare la politica, come le vicende di questi ultimi anni hanno ben dimostrato? Qui non c’è niente di libero. C’è un mercato apertamente parziale, che alcuni gruppi economici drogano a proprio vantaggio e a spese della collettività.
Fra le tante e diverse misure prese da Il Manifesto, guarda caso, c’è stata anche la ristrutturazione del sito.
Un caso che è passato inosservato dai più è invece quello della chiusura, nel luglio dell’anno scorso, del quotidiano calabrese La Provincia Cosentina. Ce ne parla però il giornalista Antonino Monteleone, dandoci uno spaccato di una situazione che non si può dire appartenga solo al Sud:
In Calabria, forse più che altrove si senta un contratto che non viene rinnovato da 1318 giorni. Un mercato editoriale alterato. Editori con le pezze al culo che scaricano il rischio di impresa su giornalisti e collaboratori.
L’informazione in questa regione ha un valore compreso tra i 4 ed 10 centesimi al rigo.
E questo fa il gioco di chi l’informazione non la vuole al servizio della popolazione. Ma di interessi economici e di interessi politici. Che spesso coincidono.
Se non si viene fuori da questa catastrofe democratica si sbarra la strada al futuro di una comunità.
E concentrarsi sull’informazione in rete, forse, non sarà servito a nulla.
Si può quindi dire che qui da noi il defluire dei lettori dalla carta stampata alla Rete è solo uno dei tanti problemi dei quotidiani. Per Bernyblog, una delle soluzioni è ancora una volta il giornalismo partecipativo:
Ma scusate, perchè non sottolineare quel fare giornalismo partendo piuttosto da situazioni bottom-up, dal bisogno individuale e collettivo, senza filtri e con modalità proprie, di produrre informazione anziché subirla dalle solite testate, pur se con il contentino di commenti e instant polls? E com’è possibile difendere l’informazione se non impegnandoci in prima persona? Sia tenendo gli occhi aperti nel caso dei ‘commenti robotizzati’ del Corriere.it sia ancor più riattualizzando la figura del cittadino-reporter, dando senso alla contro-informazione dal locale al globale, e viceversa. Pur se, di nuovo, simili modalità restano un po’ aliene al grande pubblico e spesso perfino agli addetti ai lavori del Bel Paese.
Una soluzione, come dicevamo sopra, che Oltreoceano viene già tentata dal New York Times. Anche se, come si può leggere nelle faq del sito del quotidiano, il NYT stesso non ha ancora idea di come far sì che questa innovazione generi anche un ritorno economico. Vi si dice soltanto che gli interessati sperano di vederne emergere in qualche modo un modello di business.
E anche gli altri giornali, come abbiamo visto, le stanno provando un po’ tutte. Seguendo quasi alla lettera il consiglio dato proprio cent’anni fa a un suo collega dal poeta tedesco Rilke: “Se vi trovate nel dubbio, vivete ora le domande e così un giorno senz’avvertirlo potrete vivere la risposta”.
Tag correlate: Renzo Piano, crisi economica, New York Times


giugno 27th, 2010 at 17:23
La crisi c’è perchè non esistono più giornalisti ma solo servi dei partiti. Fino a quando si vedranno giornali farsi la guerra tra loro come se fossero partiti al governo e all’opposizione…beh…di lettori ce ne saranno sempre meno.
La gente vuole LA NOTIZIA e magari anche un commento critico, un’analisi OBIETTIVA. Qua tutto c’è fuorchè la base del giornalismo, le informazioni sono “personalizzate” secondo le esigenze.
Io leggo solo il web quando capita, ormai è difficile anche conoscere cosa succede nel mondo perchè non sai mai quanto di vero ci sia dentro la notizia.