Giornalismo d’inchiesta e trasparenza dell’informazione al Festival di Perugia
Si è aperta oggi l’edizione 2009 del Festival Internazionale del Giornalismo: ecco un report del primo giorno di kermesse. Giornalismo d’inchiesta e funzione sociale dell’informazione due dei temi che hanno coinvolto maggiormente il pubblico. Tra i relatori anche Pietro Grasso, Sergio Rizzo, David Sassoli e Nicholas Jones
Indipendenza dell’informazione dagli inserzionisti e funzione sociale del giornalismo. Questi i temi al centro del dibattito della prima giornata del Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia.
In tempi di crisi, insomma, non si parla solo di come si evolverà il mestiere di giornalista (e di come salvare i bilanci dei grandi editori), ma anche di come un buon articolo può semplicemente fare informazione corretta.
Pietro Grasso, magistrato siciliano protagonista del maxiprocesso del 1986 e procuratore nazionale antimafia dal 2005, prende le distanze dai disegni governativi che impediranno ai giornalisti di pubblicare intercettazioni e di parlare di inchieste giudiziarie ancora in corso, evidenziando i problemi di privacy che però – allo stempo tempo – emergono quando si pubblicano stralci di conversazioni personali. Temi che vengono affrontati da Grasso non ai microfoni dei media tradizionali, ma davanti alle telecamere del network IlCannocchiale.
La sala dello storico Hotel Brufani di Perugia è gremita di studenti. I protagonisti (i giornalisti) preferiscono la sala stampa.
Alle 14 si inizia a parlare di giornalismo di inchiesta ambientale. Il titolo dell’intervento, però, perde significato quando tutti i relatori concordano sull’inutilità di dividere il giornalismo di inchiesta in sottocategorie. È proprio la settorizzazione che uccide questo tipo di attività.
Alla tavola rotonda partecipano Massimo Carlotto, scrittore e drammaturgo, Maso Notarianni, direttore responsabile di PeaceReporter, Sylvie Coyaud, giornalista di origine parigina conduttrice storica di Radio Popolare, Andrea Purgatori, inviato di guerra del Corriere della Sera.
Il dibattito si sviluppa intorno alle provocazioni del giornalista di inchiesta Carlo Vulpio, che parla delle censure mediatiche di casi di rilevanza nazionale come le conseguenze dell’emissione della diossina dell’impianto ILVA di Taranto o il progetto di costruzione di un rigassificatore ad Agrigento, a poche centinaia di metri dalla Valle dei Templi.
Vulpio si trova a scontrarsi con gli interessi degli inserzionisti che sponsorizzano sia il suo lavoro, sia quello del suo editore. Maso Notarianni, invece, è più indipendente – ma non ha accesso allo stesso bacino di lettori. Qual è – quindi – l’orizzonte migliore per un giornalista? Quale il giusto compromesso?
Il tema si sposta dalla trasparenza del prodotto editoriale alla funzione sociale dell’informazione. A “Il giornalismo è al servizio dei cittadini?” partecipa anche Nicholas Jones, corrispondente per la BBC dal 1972 al 2002.
“I giornali italiani sono fatti al contrario rispetto a come dovrebbe essere fatto un giornale. Vedo tutti i giorni redattori e caporedattori” – racconta Sergio Rizzo, giornalista del Corriere della Sera e coautore di La Casta – “che non hanno mai scritto un articolo: il loro mondo è il monitor su cui scorrono i lanci di agenzia. Questo è il principale difetto dei quotidiani italiani”. “All’estero è diverso” – continua Rizzo – “Conosco moltissimi inviati di testate come Financial Times e Wall Street Journal giovanissimi che, solo dopo 20 anni di inchieste e corrispondenze, tornano in redazione e svolgono ruoli chiave. Insomma, non sono soltanto tecnici, e i risultati si vedono”.
Antonio Calafati, docente di Economia ad Ancona, evidenzia come sia inutile un’autoanalisi della crisi di settore senza mettere al centro del discorso le dinamiche indipendenti attraverso le quali i giovani si informano e scambiano informazioni.
Rispetto all’età media del pubblico televisivo David Sassoli, vice direttore e anchorman del Tg1, racconta che l’età media degli spettatori del Tg1 è 59 anni (era 61 l’anno scorso), quella del Tg2 51.
I programmi di approfondimento, sorprendentemente, non sono in condizioni migliori: l’età media del pubblico di Ballarò è 59 anni, quella di Porta a Porta 60!
I contenuti – d’altronde – non possono che adeguarsi all’audience.
Alle critiche di Nicholas Jones, secondo cui il punto di vista del giornalismo italiano tende a non mettere al centro del dibattito l’evoluzione repentina con cui i media stanno cambiando, David Sassoli risponde con un resoconto dell’esperimento di social media che il suo telegiornale ha attuato: “Gli strumenti di interazione che il TG1 ha introdotto da un anno a questa parte hanno una funziona pedagogica per chi, come noi, fa informazione. È un lavoro impegnativo, ma dai nostri ascoltatori abbiamo solo da imparare”. Ascoltatori che, come lo stesso Sassoli ha ricordato pochi minuti prima, hanno in media 59 anni.
[Le ultime tre fotografie della galleria sono state scattate da Germana Lavagna]
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