Liquida Magazine

Home » Attualità , Primo piano , Tecnologia » Google Book Search: meraviglia o monopolio?

Google Book Search: meraviglia o monopolio?

La presenza su Google di oltre sette milioni di testi digitalizzati è un indiscusso vantaggio per la cultura di tutti. Dal punto di vista dei diritti d’autore, però, ci sono ancora troppe ombre

Google Book Search: meraviglia o monopolio?

Vi abbiamo già parlato più volte di Google Book Search, uno dei servizi meno noti, ma anche più utili di Big G.

Questa sezione poco frequentata del motore di ricerca raccoglie oltre sette milioni di testi in tutte le lingue e provenienti dalle biblioteche di tutto il mondo, previamente scansionati e digitalizzati per il bene dell’umanità.

Di questi sette milioni di libri, ben un milione è consultabile liberamente (e anche scaricabile, come ci spiegavano i blogger in questo nostro articolo di non molto tempo fa), essendo di pubblico dominio e quindi libero da copyright.
Una parte non indifferente della nostra cultura millenaria, dalle favole di Esopo ai romanzi di Dickens, passando per autori essenziali come Petronio, Kipling o Collodi ma anche testi dal valore storico inestimabile come l’Enciclopedia di Diderot e D’Alembert, la Magna Charta o il Popol Vuh.

Non tutto ciò che riguarda Google Book Search è però rose e fiori, e qui facciamo riferimento a quei sei milioni di testi rimanenti che sono coperti da diritti d’autore e che rappresentano un’incognita non indifferente, per le ragioni spiegate da Gruppo Di Lettura:

un milione sono coperti da copyright e tutt’ora in catalogo;
cinque milioni sono coperti da copyright ma fuori catalogo.
Per le ultime due categorie di libri, Google, in accordo con il cosiddetto Book Rights Registry – un’istituzione creata per tutelare gli interessi di autori ed editori – venderà l’accesso alla banca dati dei libri digitalizzati in due forme.

La prima è la cosiddetta “institutional license“: prevede che le biblioteche pubbliche (per ora quelle americane), dietro pagamento di un canone, rendano consultabili ai propri utenti, attraverso un computer (uno solo, avete capito bene), tutte le opere digitalizzate.

La seconda è la “consumer license“: i singoli individui potranno acquistare la licenza per consultare e stampare a casa i libri digitalizzati. (…)
Per finire nella banca dati dei libri digitalizzati, un autore deve decidere di entrare.

Potenzialmente, quindi, siamo di fronte a una enorme biblioteca elettronica, che apre grandi possibilità, per esempio per chi fa ricerca. Ma che concentra anche un potere grandioso di controllo dell’accesso alle informazioni nelle mani di un’azienda privata (che tra l’altro già possiede una quantità immensa di informazioni su quel che c’è in Internet, sugli utenti di internet, sulle modalità di navigazione, su quello che cerchiamo…).

I problemi sono quindi due. Quello più immediato è l’attribuzione dei diritti d’autore a tutte le case editrici e gli autori che non hanno partecipato all’accordo. Il compromesso descritto sopra è stato infatti stretto con la sola Società degli Autori americana, che rappresenta appena 8000 dei molto più numerosi autori viventi o detentori dei diritti prima della loro scadenza naturale.
Il blog di design Marask.com ci spiega cosa succede agli autori non rappresentati e alle case editrici minori:

Qual’è il problema?
Nessuno, a parte che questi testi, denominati “orfani”, sono comunque protetti da copyright o, quantomeno, soggetti alla proprietà intellettuale di chi li ha scritti. La cosa però non sembra rappresentare un ostacolo degno di nota per Google, che sta per abbracciare la politica dell’acquisizione coatta, secondo lo schema del “silenzio-assenso”: in pratica, l’autore avrà un limite di tempo per opporsi, trascorso il quale la sua opera verrà acquisita da Google, divenendo di sua proprietà esclusiva.
Una volta acquisito il libro, la società garantirà comunque una percentuale del 65% dei profitti (circa) da dividere tra autore ed editore, ritagliandosi “solo” un modesto 35% per sè. Si parla di migliaia e migliaia di libri, non proprio bruscolini…
La cosa, com’era prevedibile, non va giù a molte istituzioni, organizzazioni ed associazioni che fanno della proprietà intellettuale il loro credo e che ritengono che, al limite, sarebbe più giusto distribuire questi libri gratuitamente, sempre con il consenso dell’autore. La protesta potrebbe approdare in tribunale o comunque all’autorità anti-trust, visto che anche molti intellettuali ed esperti di diritto di prestigiose università americane esprimono grosse riserve sul procedimento di acquisizione delle opere.

Insomma, autori ed editori hanno un tempo limitato -  per la precisione fino al 5 gennaio 2010, una data non certo lontanissima – per richiedere di essere aggiunti agli aventi diritto e così percepire la propria percentuale di profitti dalla consultazione online.
Dopo quella data, i testi non rivendicati saranno considerati di pubblico dominio e Google potrà usufruire del 100% dei profitti collegati.

Numerose case editrici minori hanno protestato, non sentendosi rappresentate dalle decisioni finali. Fortunatamente per loro c’è ancora la possibilità che questi accordi vengano rivisti; e – come riportato dal blog HiTech e Scienza di Panorama.it – c’è stata una proroga per chi si dichiara contrario alle decisioni di Google e Società degli Autori americana:

Lo scorso ottobre si era arrivati ad un accordo storico con la proposta di un “piano di transazione” che, tra le altre cose, fissava la data del 5 maggio come limite entro cui gli editori di tutto il mondo potevano far valere i propri diritti. Ma ora le cose non stanno più così. Un giudice federale ha infatti accolto la richiesta di un gruppo di editori ed autori statunitensi (tra cui anche i rappresentanti di Philip Dick e John Steinbeck) di prorogare la deadline di ulteriori quattro mesi. Nei giorni scorsi Google aveva proposto una proroga di due mesi, ma il giudice ha dato ragione agli scrittori.

A questo punto vale la pena chiedersi come siano messe le cose per autori ed editori italiani.

La SIAE naturalmente non è rimasta con le mani in mano, aderendo all’accordo della sua controparte americana ma premurandosi di informare i suoi associati delle possibili alternative. Un articolo riportato dal blog Truffe in rete e tutela dei consumatori riassume le comunicazioni fornite dall’associazione:

Il motore di ricerca inoltre, prosegue la Siae, «pagherà 34,5 milioni di dollari per costruire e finanziare le operazioni iniziali del Registro e per i costi di amministrazione della notifica e della transazione nonchè un minimo di 45 milioni di dollari per i pagamenti in contanti agli aventi diritto dei libri e dei contenuti che Google sottopone a scansione prima della scadenza dell’eventuale rinuncia alla transazione».
Gli editori e gli scrittori interessati hanno a disposizione quattro possibilità, spiega la Siae: restare nell’ambito della transazione e quindi vincolati dalle regole stabilite dal tribunale, opporsi alla transazione o commentarla (entro il 5 maggio), rinunciare alla transazione e mantenere così il diritto di citare in giudizio Google individualmente (rinuncia che deve essere formulata per iscritto entro il 5 maggio), presentare una rivendicazione per un pagamento in contanti (entro il 5 gennaio 2010).

La data del 5 maggio indicata in questo post è stata nel frattempo spostata, come segnalato sopra, al 4 settembre 2009. Tutti i dettagli sono comunque reperibili anche nella sezione apposita di Google Book Search.

Il secondo problema, dopo quello dei diritti d’autore, è che grazie al famoso accordo Google possa – di fatto – aver ottenuto una sorta di monopolio sulla ricerca e sulla distribuzione della maggior parte dei libri pubblicati finora.
Una prospettiva inquietante teorizzata da numerosi blog d’Oltreoceano (in primis il sempre attentissimo Boing Boing), col timore di vedere un potere così grande concentrato nelle mani di una sola organizzazione.

Onegoogle.it ci spiega alcune di queste preoccupazioni, e le misure prese dall’antitrust USA:

L’accordo ha però fatto sorgere polemiche sul grado di monopolio che potrebbe creare. E John Simpson, un rappresentante del gruppo di consumatori Consumer Watchdog, ha scritto una lettera di protesta al U.S. Attorney General Eric Holder chiedendo al governo americano (e in particolare al Dipartimento di Giustizia) di intervenire per bloccare l’accordo di Google con The Authors Guild e Association of American Publishers.
“Poiché l’accordo è stato negoziato fra le parti in una azione legale collettiva, c’è stata poca opportunità di rappresentare gli interessi dei consumatori”, ha scritto Simpson, “Questo accordo fa avanzare gli obiettivi relativamente stretti di Google, The Authors Guild e the Association of American Publishers”. Quello che non va proprio già all’associazione consumatori è la clausola di garanzia che Google ha strappato: se in futuro un concorrente Google dovesse negoziare dei diritti più favorevoli, questo dovranno essere applicati anche a Google.

L’argomento viene approfondito anche da NuWeb:

il Dipartimento di giustizia degli Stati Uniti vuole verificare se non vi siano problemi di posizione dominante.
I legali vogliono essere sicuri che non vi siano clausole più o meno nascoste che permettano a Google di acquisire completamente il potere di diffusione e pubblicazione dei libri. (…)

Molto spesso la realtà è diversa dai fatti e così molte case editrici hanno segnalato la possibile creazione di un monopolio da parte del motore di ricerca, sopratutto per i cosidetti “orphaned books”, ovvero i libri di cui non è più possibile trovare gli autori o i cui diritti non sono stabiliti.
Non resta che attendere la sentenza definitiva che il Dipartimento di giustizia degli Stati Uniti fornirà sulla più grande biblioteca virtuale

Chiudiamo con le opinioni di alcuni blogger nostrani. L’esperto di Rete e cultura digitale Guido Scorza ha letto per noi il testo dell’accordo fra Google ed editori, e giudica esagerate le preoccupazioni di chi teme un monopolio:

Secondo il dipartimento della giustizia l’accordo transattivo potrebbe doversi considerare illegittimo perché rischierebbe di porre google in una sorta di monopolio di fatto nel mercato dell’editoria digitale.
Mi sembra un assunto difficile da condividere per diverse ragioni.
Innanzitutto è sufficiente leggere l’atto transattivo che Google sottoscriverebbe con gli editori e le associazioni di categoria per avvedersi che detto atto non prevede alcuna esclusiva nei confronti di Big G e che, quindi, anche a seguito della sua sottoscrizione gli autori, gli editori e le associazioni che li rappresentano, resterebbero liberi di perfezionare analoghi accordi con decine o centinaia di aspiranti concorrenti di google ed editori digitali.

Vittorio Zambardino di Scene Digitali è però di avviso ben diverso, considerando anche l’effettiva assenza di concorrenti per molte delle attività del colosso Google:

Questo caso racchiude un duplice pericolo  per Google. Non tanto per la vicenda in sé, perché un’azienda che realizza ricavi per oltre 21 miliardi di dollari/anno può guardare in modo molto sereno all’eventuale aumento di compensazioni per editori e autori. Il pericolo viene dall’arco e la qualità della polemica che la vicenda potrebbe aprire.
1) Di fatto siamo di fronte alla prova provata che il “macinamento” che Google fa delle “industrie tradizionali” della conoscenza non è affatto teso alla “disintermediazione”. Cioè alla liberazione del sapere dai vincoli e dai lacci della vecchia industria proprietaria. Google ingoia le industrie tradizionali e i loro prodotti per poi porsi come “middleman” di nuovo tipo. Via la veccha intermediazione, largo ai nuovi intermediari. Per chi aveva promesso la libertà totale è come introdurre una legge da stato di polizia.
2) In secondo luogo il Dipartimento di giustizia comincia a occuparsi del tema di Google come signore assoluto del mercato e a verificare le sue possibili posizioni dominanti. E’ un attenzione che in passato è stata rivolta a Microsoft, ancor prima ad AT&T.
L’appetito vien mangiando e l’associazione libera del pensiero politico galoppa veloce, passare dai libri al resto dell’industria dei media sarà un attimo. No, questa non è una buona giornata per Mountain View.

Tag correlati: Google Book Search, copyright, pubblico dominio, SIAE

Post pubblicato da: Robin Luis Fernandez il 11 maggio 2009 - 96 posts su Liquida magazine.

Sito web: http://www.liquida.it

Tags: , , , , , , ,

Scrivi un commento