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Google profiles. Tra Linkedin e Facebook

Google profiles riunisce le informazioni sul nostro conto che vogliamo offrire alla Rete. Non nasce come social network, ma già pare aspirare al trono di Facebook. Eppure il parere dei blogger non sembra molto favorevole

Google profiles. Tra Linkedin e Facebook

Google maps, Google immagini, Google mail… l’elenco dei servizi offerti dal motore di ricerca continua a crescere, tanto che diventa faticoso tenerne il conto.

Un’applicazione rimasta finora in disparte – potenziata solo di recente – è Google Profiles, che offre la possibilità di crearsi un profilo personale con i propri dati. Questo profilo sarà, poi, il primo risultato quando viene eseguita una ricerca su Google con il nome del titolare.
L’idea generale è che se, com’è sempre più comune negli ambienti lavorativi, un possibile datore di lavoro va a cercare il vostro nome su Google, il primo risultato sarà appunto il profilo da voi compilato e organizzato – con tanto di curriculum vitae, interessi e link personali, un po’ come su LinkedIn.

Le innovazioni apportate nelle scorse settimane a questo servizio, consentendo per esempio di aggiungere amici come contatti e di integrare i propri album fotografici da Flickr o Picasa, lo avvicinano più a un altro social network decisamente più chiacchierato, cioè l’ormai onnipresente Facebook.

Sugli scopi del restyling e sulla non casuale somiglianza con Facebook ci fornisce qualche dettaglio BlogGian:

Il servizio non è una assoluta novità. Era stato lanciato circa un anno fa, legato all’utilizzo di alcune applicazioni on line, come Blogger. Adesso, invece, è stato riprogettato per essere più simile ai social network come Facebook o MySpace.
Con un secondo scopo strettamente commerciale, almeno a sentire alcuni analisti come Greg Sterling, analista della Sterling Market Intelligence. “Una volta ‘agganciati‘ da Profiles gli utenti saranno più inclini a farsi trascinare nel mondo delle applicazioni web di Google. E probabilmente inizieranno a fare acquisti attraverso Google Checkout, a postare foto negli album web di Picasa e a costruire blog con Blogger. Servizi in cui Google, attraverso AdSense, è il principale o addirittura l’unico concessionario della pubblicità.

Google, insomma, pensa di aver trovato la panacea che risolva l’annoso problema del rendere redditizi i social network (che attraggono fior di utenti, ma ancora non danno alle aziende un ritorno economico proporzionale) grazie alla pubblicità, essendo il gestore di uno dei servizi pubblicitari online più usati nella Rete. E’ questo, almeno, ciò che traspare dal commento di Marco Nicosia dalle pagine del blog della sua web agency:

Profiles dunque vuole levare a Facebook non tanto la leadership sui siti di social network e contatti con le persone realmente conosciute, quanto la “quota di mercato ideale” delle ricerche sulle persone. Oggi per cercare un nome, infatti, non si sfrutta più Google, o meglio, è molto più semplice e redditizio cercare sullo strumento “trova amici” di Facebook. La possibilità di gestire un ” profilo” su Google, sfrutta tutte le applicazioni in dote a Mountain View, come Picasa per le foto, YouTube per i video, Maps per i luoghi (”my places”), GTalk per l’instant messaging, Blogger per i blog e via discorrendo. Unificare, universalizzare, conoscere. Per poi orientare la ricerca e i risultati in modo concreto e specifico, con un risvolto positivo anche nell’ambito pubblicitario, che è ciò che interessa veramente a Google. L’obbiettivo di fondo è duplice: aumentare l’uso delle applicazioni di Google (che offrono spazi pubblicitari integrati e targetizzati), conoscere i gusti degli utenti per specifiche tipologie di prodotto.

Anche secondo il blog di Digital Media Relations Dr. O-one è l’uso degli annunci pubblicitari la vera ragione dell’improvviso rinascere di Google Profiles. Ma, soprattutto, introduce un argomento che ci riguarda da vicino, ovvero il controllo dei propri dati personali:

L’obiettivo di Google è sicuramente quello di aumentare l’utilizzo delle sue applicazioni (che offrono spazi pubblicitari integrati e targetizzati), come Google Maps, GTalk per l’instant messaging, Picasa per le foto, YouTube per i video ma, soprattutto, togliere il primato finora detenuto da Facebook sui risultati relativi ai profili personali, orientando e monopolizzando gli annunci pubblicitari per nicchie o aree di ricerche.
Riuscire a controllare tutte le informazioni che ci riguardano rappresenta la chimera di questo secolo, per cui a livello teorico questa notizia parebbe iniziare a risolvere spinosi problemi come violazione della privacy&co.
Resta da capire bene però quanto di fatto riusciremmo a controllare dei contenuti pubblicati da altri utenti (tanto per fare un esempio su Facebook, su cui è impossibile controllare ogni contenuto condiviso) e, quindi, capire se l’immagine, il profilo che di noi ci andremmo a creare non finisca poi per essere messo in discussione da chiunque altro interagisca in rete.

Anche HiTech e Scienza di Panorama.it è dubbioso sull’effettiva possibilità di controllare i dati sul nostro conto, presenti online:

E le informazioni che non ci piacciono? In teoria più informazioni sono disponibili on line e più libertà è data all’utente di gestire ciò che appare negli hit di ricerca, ma in realtà Google lascia intatti i risultati pregressi nell’indice, consentendo all’utente di visualizzare in testa agli hit di ricerca il profilo editato e aggiornato, in modo da evidenziare le informazioni a cui si tiene di più. In cambio però Google ci chiede di raccontargli qualcosa (molto di più) su di noi. A voi giudicare se il gioco vale la candela.

Massimo Russo, dal suo blog Cablogrammi, esprime dubbi molto simili nel criticare Google Profiles:

Si dirà,  è una libera scelta. Un patto con il diavolo, un’informazione estorta per ritornare a poter disporre almeno in parte della propria immagine? Forse solo un abuso di posizione dominante. Nella prima pagina di risultati appaiono solo quattro profili, e dunque in caso di omonimia vince il più completo. Se con la tua versione su chi sei vuoi apparire in posizione preminente nei risultati della ricerca su web (settore in cui Google detiene quasi il 90% del mercato in Italia), allora devi dire tutto. Anzi, di più. Ci mancava una bella asta sulla delazione personale.

GeekFiles offre parole molto sagge sulla gestione (con Google profiles, ma anche senza) dei propri dati in Rete; ma non prima di aver riportato coi piedi per terra chi vedeva in profiles la soluzione a molti problemi:

Per carità, non prendiamoci in giro: sappiamo tutti che se qualcuno dovesse cercare il nostro nome su Google per raccogliere un po’ di informazioni su di noi – magari prima di un colloquio di lavoro – non si accontenterà certo di leggere il bel profilo con i controfiocchi compilato da noi.
L’unico modo per avere un minimo di controllo
su quanto la Rete registra sul nostro conto è essere utenti attivi di Internet: commentare, avere un blog personale, partecipare alle conversazioni. Solo così abbiamo la speranza di restituire un’immagine reale della nostra persona. Inutile dire che se vi chiamate Mario Rossi il problema non si pone nemmeno.
Dunque a che servono i Google Profiles?
Io credo che Google stia semplicemente gettando le basi di un sistema di profilazione che possa poi dare vita ad un social network stile Facebook. Fino ad oggi Google ha rilasciato una quantità infinita di prodotti ma solo i più recenti sono stati pensati per mettere in connessione tra loro gli utenti del motore di ricerca. Questo potrebbe essere un buon inizio.

Tornando sull’argomento privacy, Luca Valente di Mediterranei si dice preoccupato per la possibilità che l’uso di Google profiles rimetta in discussione il modo in cui tentiamo di salvaguardare i nostri dati personali:

Le discussioni sui “walled garden” (giardini chiusi), sulla necessità di salvaguardare le informazioni personali e garantire la privacy degli utenti sui social network, sembrano ormai solo un lontano ricordo.
La mia preoccupazione è che l’abitudine all’uso dello strumento (Google Search) possa demolire la poca consapevolezza sui rischi per la privacy e portare le persone ad un uso inconsapevole o consapevolmente azzardato del nuovo strumento (Google Profiles).
Se Facebook, almeno ufficialmente, fa leva sulla necessità degli utenti di ritrovare ex-compagni ed amici e si predispone come sistema chiuso, Google scardina questa filosofia e tenta di creare un sistema sociale aperto puntando direttamente sulla rintracciabilità delle persone.

Un rischio concreto è, infine, quello spiegato da Downloadblog, e concerne la facilità con cui un utente di Google profiles possa essere bersagliato dallo spam:

Qualche giorno fa avevamo parlato del “vanity url” di Google, una opzione che consente, accedendo al proprio account a questa pagina, di modificare il proprio indirizzo nella forma google.com/profiles/google_username invece di uno meno “cool” come google.com/profiles/12122231.
Amit Agarwal su digital inspiration ha subito notato che questo apre una grande porta di ingresso agli spammer, sempre in cerca di mail da attaccare. Infatti basterebbe aggiungere @gmail.com allo username del “vanitoso” malcapitato per ottenere facilmente indirizzi di posta elettronica da inondare con offerte di viagra ed allungamenti vari. Tutti gli indirizzi pubblici sono facilmente reperibili.

Insomma, se a Google piace molto l’idea di un utilizzo sempre più centralizzato di tutti i nostri vari profili, blog, album fotografici, video e chi più ne ha più ne metta (sempre ovviamente con servizi forniti da Big G) i blogger non sono certo convinti dalla nuova invenzione, e ce l’hanno detto a chiare lettere.

Tag correlati: LinkedIn, Google profile, Flickr, Picasa, Facebook, social network, privacy, spam

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