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Food design, anche l’occhio vuole la sua parte

Il look di ciò che mangiamo è un aspetto importante dei piaceri della cucina e, da qualche anno a questa parte, è anche oggetto di studi coscienziosi: nasce così il food design. Ecco i mestieri che si occupano del lato fotogenico di ortaggi, dolci, snack e altri generi alimentari

Food design, anche l’occhio vuole la sua parte

Dice l’adagio popolare: “Anche l’occhio vuole la sua parte”. Mai come quando si tratta di cibo e di cucina.

C’è una bella differenza tra una mesta insalatina consumata in un contenitore di plastica e lo stesso cibo adeguatamente valorizzato da una presentazione come si deve. Il food design non è certo una cosa nuova (di nuovo c’è solo il nome) e l’aspetto di ciò che veniva portato in tavola ha sempre contato – basti pensare alla pasticceria, o ai pani festivi di tante parti d’Italia.

Ma in questi anni, particolarmente, ha conosciuto un grandissimo favore, uscendo dalle cucine e facendo diventare l’aspetto di ciò che mangiamo una vera e propria arte a sé stante.

La pubblicità ha fatto la sua parte in questo processo, mostrando cibi dall’aspetto invitante, dai colori saturi ma non sempre veritieri, come ci ricorda Laccahrossa:

Cosa succede quando si osserva una foto del genere su un cartellone pubblicitario o in tv? I sensi si inebriano e la vista è appagata prima, poi quando siamo davanti all’oggetto dei nostri desideri siamo tentati e lo compriamo.Quanto ci illudiamo…Quante volte vi è capitato di comprare o mangiare qualcosa che non era esattamente come vi aspettavate in gusto e soprattutto in estetica? Mica sono scemi quelli delle multinazionali..devono vendere e lecitamente ingannare. Sono nati i food-stylist apposta per fare al meglio il lavoro accalappiacliente.Col trucco, come dei maghi operano per il successo del marchio, così quando quel pollo succulento in tv vi incanta sappiate che è spesso ben spalmato di olio denso per motori. Il latte, versato a fiumi sui cereali, viene reso cremoso con aggiunta di  colla vinilica e poi via con colori artificiali, lacca, salsa di soia, acqua vaporizzata, e resine plastiche…cosa non si fa per attrarre e far venire l’acqualina in bocca al cliente?

E i food stylist sono ben consapevoli dei lati assurdi del loro mestiere, come racconta Confession of a food stylist:

Qualche giorno fa, invece, ho passato diverse ore della mia giornata lavoratuiva a preparare il materiale per un servizio, modo molto elegante per dire che ho fatto la spesa per parecchie ore.

Ora, fare la spesa per un servizio di food non è lo stesso che fare la spesa, e a volte devo importunare i commessi con richieste imbarazzanti.

[...]

“55. Prego?”

“Si, buongiorno. Senta, avrei bisogno di un po’ di calamaretti, ma mi occorrono i più piccoli che ha. E le dovrei chiedere una cortesia: glieli posso indicare io? Sono per una foto…”

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“Mi può dare quello? Grazie! E anche quello lì! E anche quello là sotto… si, lo vede, sotto quello gigante con i tentacoli spezzati… grazie… si, perfetto. E senta, quelle codine carinissime là sotto la foglia di prezzemolo, si proprio a fianco alle capesante, me le fa vedere? Ah grazie, bellissime! Prendo anche quelle.”

Proprio l’ironia sembra spesso essere il filo conduttore di questo nuovo approccio al cibo, a giudicare da alcuni progetti e dalla definizione che del food design propone Martì Guixè e che ci riferisce Blessed:

il cibo, materiale di per sé sorprendente, non tradisce le aspettative. Lo dimostra, uno per tutti, il catalano Martì Guixè ex-designer per sua stessa definizione, ma food designer convinto dal 1997, data d’un indimenticabile esordio alla galleria H20 di Barcellona. Con una precisazione, assiomatica e surreale, summa perfetta del guixè pensiero: “a food designer is somebody working with food, with no idea of cooking”.

Fedele alla premessa, Guixè fa del cibo un divertissement a suon di techno tapas, olive “atomiche”, biscotti monogrammati e griffati, torte farcite a mo di grafici che illustrano la percentuale degli ingredienti presenti, fino a toccare l’aspetto performativo con tanto di karaoke culinario o party con nebbiolina artificiale all’aroma di gin tonic.

Anche Marije Vogelzang condivide lo stesso spirito ludico verso il suo lavoro, a giudicare da quello che ci dice Lussuosissimo:

Banchetti sensoriali, foto di cibo, creazioni di posate commestibili e lampadari di salsiccia. La sua sembra essere non solo uno studio sul cibo legato al designer, ma anche una tecnica di rilevamento antropologico, che inizia con il cibo legato all’istinto, alla varie scelte e alle differenti sensazioni che esse riescono a procurare sensorialmente, in relazione a colori, sapore e packaging.

La giovane ed eccentrica designer sperimenta la cucina all’interno del suo ristorante ad Amsterdam, dove il cibo deve essere consumato in maniera naturale, estraniandosi dal resto e dalla forma.

Insomma mangiare è un piacere, Marije ci offre la possibilità di essere se stessi in un atto quotidiano, facendoci tornare, indietro nel tempo, in cui mangiare era un piacere

Ma vediamo qualche esempio pratico di ironia applicata al cibo. Potremmo cominciare dai Pretzel Ring di Roni Baram, su Designerblog:

Signore e signori in alternativa al solito salatino da aperitivo vi propongo Pretzel Ring di Roni Baram, l’anello tutto da gustare che monta granelli di sale e seduce con il suo food design ’stuzzicante’. Il progetto del giovane designer israeliano è stato presentato alla Next Exit Exhibition 2008 del dipartimento di Industrial Design dell’H.I.T, Holon Institute of Technology di Tel Aviv.

Oppure le dolci lacrime di zucchero di Jung You, nel commento di Ginger&tomato:

quante calde amare o dolci lacrime avete versato nella vostra vita? Piagnucolare, frignare, singhiozzare. Oppure sentire un nodo in gola, occhi lucidi e gonfi di pianto, sciogliersi in lacrime.  Versare lacrime amare? Chissà quante lacrime avrà versato questo povero designer Jung You .

Probabilmente rimasto a corto di lacrime o invaso da un momento di gioia del tutto immotivata, ha tratto lla giusta ispirazione per riempire la sua vita e il suo caffè di dolci lacrime.

Le guance rimangono asciutte finalmente. Niente più lacrime amare nelle vostre giornate. Dimenticando turbamenti emotivi che hanno accompagnato poeti, scrittori e cantanti, adesso le lacrime sono diventate dolci: non cadono più su pagine di diario scritte a mano ma direttamente nel té o nel caffé. Il designer Jung You ci propone una dolce e ironica alternativa a per addocire le nostre giornate e le nostre colazioni. Alla faccia dei dolori del giovane Werther, noi ci beviamo su.

Per non dire dei formaggi floreali di Marinde Van Leeuwen, su Marie Claire:

Quando si dice rivestire di nuovo la tradizione: la food designer Marinde Van Leeuwen griffa vestitini (di pizzo, a fiori…) per i gouda, i tipici formaggi olandesi.

Nasce così dutch design cheese, un progetto che unisce il buon gusto al buon gesto: il 10% delle vendite (costano 17,50 euro l’uno) è devoluto alle associazioni che tutelano tutti i prodotti made in Netherland, dai mulini ai tulipani.

Non solo cibo dall’aspetto sfavillante, ma ingannevole: il food design si dedica anche alla riscoperta e alla valorizzazione dei sapori, del cibo biologico, sostenibile e a chilometri zero, non solo all’appagamento dell’occhio. E’ il caso di Arabeschi di Latte, la cui ultima creatura è il Mia Market di Rione Monti, a Roma, che ha visitato Nomadi Stanziali:

È aperto da pochissimo questo posto curioso in via Parnisperna (siamo a Rione Monti a Roma) e la gentile signora che ci accoglie ci dice che il Mia Market è un fruttivendolo in salotto. Sulle prime ci sembra una buona spiegazione: del fruttivendolo ci sono le cassette di frutta e verdura esposte e del salotto ci sono luci calde e angoli con tavolini. “Ma le due cose come si tengono insieme?”, chiediamo. La signora ci spiega paziente (deve averlo fatto molte altre volte) che al Mia Market ti scegli per esempio i pomodori, del pane, della ricotta fresca e poi ti accomodi ai tavolini e ti prepari la tua insalata. Ti apparecchi un tavolo, lavi la verdura, tagli il pane, ti versi un bicchiere di vino e pranzi in un angolo del negozio. Un cartello appeso al muro ci riassume le varie fasi di questo divertente processo: 1. Scegli 2. Pesi 3. Paghi 4. Mangi. Qui o a casa.

Al Mia Market c’è un’atmosfera easy, da casa appunto. Tutto è terribilmente conviviale e assolutamente self service. Vi si tengono laboratori culinari dove si possono mettere letteralmente le mani in pasta. In più il cibo è dichiaratamente di stagione e biologico.

Se tutto questo vi ha incuriosito e volete saperne di più, si può cominciare con un libro, Food Design, sempre su Designerblog:

Mangio dunque sono: un presupposto possibile per spiegare la singolare visione di “Food Design“, la nuova pubblicazione di Sonja Stummerer e Martin Hablesreiter sull’origine formale e funzionale dei cibi di ogni latitudine e grado.

Chi ha inventato i bastoncini di pesce? Chi la cioccolata a forma piramidale, il pane a ciabatta o la texture della glassa sulla nostra merendina preferita? Domande, sarete tutti d’accordo, di una certa rilevanza. E non solo perché scavano nella memoria emotiva di ciascuno di noi, definendo un vissuto culturale che ci accomuna o ci rende distanti, ma anche perchè costituiscono il quid di una disciplina, quella del food designer, di grande rilevanza all’interno del comparto manifatturiero. Determinante nella competitività di un prodotto alimentare quanto misconosciuta anche al pubblico degli addetti ai lavori. Non sarebbe l’ora di saperne qualcosa di più?

E se aveste appena scoperto grazie a questo post che il food designer – o il food stylist – è il lavoro che volete fare da grandi, Design&Style ci avvisa che il Politecnico di Milano bandisce sei borse di studio:

6 Borse di Studio del valore di 4.000 euro ciascuna per il corso di Alta Formazione di POLI.design – Consorzio del Politecnico di Milano in “Food Experience Design – Gelateria Panetteria Pasticceria”.

E’ la nuova specializzazione per ideare, progettare e arredare i nuovi punti vendita del retail alimentare, che oggi si stanno trasformando in spazi multifunzionali innovativi e a contenuto di design.

La 4a edizione del corso, di 232 ore, con project work finale ed educational tour nei più importanti spazi retail di Milano, si svolge dal 21 settembre al 10 novembre 2009 a POLI.design – Politecnico di Milano (Campus Bovisa).

Termine per richiedere la Borsa di Studio: entro il 10 luglio 2009.

Se invece vi sentite più portati alla fotografia, c’è il concorso “Europa Food Design” su Tafter.it:

Il materiale da utilizzare per la confezione dovrà essere biodegradabile.
DiSegno srl bandisce la prima edizione del concorso “Europa Food Design”. Lo scopo del concorso è quello di rendere “attraenti”, attraverso confezioni ed immagini fotografiche, i prodotti di qualità legati alla frutta per ragazzi dai 6 ai 13 anni (la popolazione delle scuole elementari e medie).
Il concorso è aperto a giovani fotografi (architetti, designers, grafici, artisti …) di età non superiore a 40 anni. I concorrenti possono partecipare singolarmente, in gruppo ed anche con più progetti.
Il concorso è articolato in due sezioni:
1 – design
È richiesta la progettazione e la realizzazione di un modello al vero per una confezione/contenitore di una porzione di frutta o derivati (macedonia, marmellate, composte …) con grafica personalizzata contenente il titolo dell’iniziativa e la descrizione del contenuto.
Le confezioni devono garantire la facilità d’uso ed essere studiate per contenere:
* macedonia e/o frutta fresca a pezzettoni accompagnata da frutta secca, zucchero di canna, ecc.;
* marmellate in monoporzione accompagnata da biscotti/grissini …;
* torte secche a base di frutta;
* cioccolato farcito di frutta;

Che dire di più… buon appetito!


Tag correlate: food design, fotografia, cucina, chilometri zero, Rione Monti, Roma, Milano

Post pubblicato da: il 09 giugno 2009 - 261 posts su Liquida magazine.

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