La vita in ufficio la raccontano i blog
Su ogni scrivania c’è un computer… che non sempre è impegnato solo a elaborare dati che hanno a che fare con il lavoro. E se il vostro collega fosse una blogstar in incognito? O – semplicemente – raccontasse quello che vede accadere, ogni giorno, tra le quattro mura dell’ufficio?
Otto ore al giorno – a volte di più – chiusi in un ufficio per adempiere alle mansioni più diverse, con colleghi e superiori che vanno dal paradisiaco all’istigazione al suicidio.
Ore trascorse a ricevere telefonate folli, a dare ascolto e aiuto a clienti che sembrano arrivati da un altro pianeta, oppure a condividere di nascosto gli ultimi test di Facebook.
Ci sarebbero gli spunti per scrivere volumi e volumi, e c’è chi ha scelto di condividere il proprio quotidiano lavorativo tramite i blog. Senza scordarsi di toccare temi più seri come il precariato, l’incertezza dovuta alla crisi economica, lo stress e il mobbing.
Ottoetrentacinque è un blog che riporta quasi ogni giorno gli accadimenti di un’azienda, raccontandoli tramite le gesta di personaggi ricorrenti – tutti rigorosamente anonimi – quasi come se si trattasse di una fiction o di una sitcom:
Fondamentalmente la lamentela era anche giusta: perché se ci sono sei persone in pausa caffè e due che lavorano sedute di fronte al proprio pc, quando suona il citofono deve alzarsi per rispondere una di queste due?
È giusta, o forse dovrei dire “sarebbe giusta”, se non fosse che chi si lamenta è la talpa.
Innanzitutto hai il citofono in ufficio, in più ti alzi per aprire la porta dopo un nanosecondo che è suonato il citofono, quindi gli altri (che comunque aspetterebbero almeno 10 minuti di suonate per alzarsi dal divano della sala caffè per rispondere, quindi non voglio scusarli) non ce la possono fisicamente fare ad andare a rispondere.
Dovresti fare come me, che non alzo un dito![]()
.:Deduzioni Matematiche:. riflette su come “vive” la propria postazione di lavoro, e decide di fare qualcosa per renderla più simile a sé:
L’altro giorno mentre ero in ufficio mi sono resa conto che lì non c’è niente di mio se non mille carte e cartacce…
La mia collega invece sembra ci si sia trasferita per viverci… Il suo angolino è pieno zeppo di oggetti personali, segno del fatto che si sente proprio a casa…
Ho pensato che volente o nolente qui ci devo restare almeno fino alla fine dell’anno per cui ho deciso di trasferire anche io una parte della mia vita in ufficio a cominciare da un portapenne per la scrivania (che ovviamente è una tazza) con un simpatico coniglio disegnato su…
Se non altro avrò qualcosa da lanciare contro il muro nei momenti di nervosismo…
Già, il nervosismo… perhé si tratta pur sempre di una situazione in cui si è tenuti a trascorrere buona parte della giornata sotto pressione per le responsabilità, e con persone che non si sono scelte: naturale che non sempre tutto sia semplice e i rapporti non siano idiallici. Su Style blog, ad esempio, si parla proprio di maleducazione in ufficio:
C’è lo scroccone, quello che vi fa sparire scorte d’acqua e di caramelle, accetta sempre quello che gli viene offerto senza mai ricambiare; c’è quello che non riesce a mantenere la concentrazione per più di dieci minuti di fila, e immancabilmente passa ad ammorbare gli astanti con aneddoti e battute di dubbio gusto; c’è l’impiccione che indaga senza vergogna la vita privata di tutti per poi divulgare ogni minimo aspetto di cui venga a conoscenza, etc., etc. La vita in ufficio può essere un inferno se si è attorniati da colleghi poco sopportabili; una nuova ricerca ha indagato il fenomeno stabilendo il grado di maleducazione dei lavoratori a seconda dei paesi (pare che i peggiori siano gli australiani) e elencando i comportamenti più molesti, dalle imprecazioni alla dipendenza da cellulare. Qui i risultati dell’indagine.
Riporta una sensazione personale in merito alla mancanza di educazione in ufficio, Giulio GMDB:
Noto con disappunto che in ufficio sta scomparendo il saluto.
Anni fa quando si arrivava o ce se ne andava dall’ufficio si usava sempre salutare i colleghi, idem nei corridoi o quando si entrava nella stanza di qualcuno.
Anche se si trattava di persone conosciute solo di vista (nella mia azienda siamo in tanti)
Non importava se gli altri erano impegnati in un lavoro, comunque tutti rispondevano.
Ora c’è gente che entra in stanza senza rivolgere una parola a nessuno. Gente che neanche risponde al saluto nei corridoi… E’ una prerogativa dei giovani assunti ma non solo.
Massì, continuiamo ad alienarci, a comunicare solo davanti ad un PC, a non essere in grado di avere un rapporto umano decente!
Ma le cose possono anche andare molto meglio; tanto che – come spiega Iris Love – molto spesso, fra fotocopiatrice e macchinetta del caffè, può nascere l’amore:
Perché sono così diffuse le storie nate sul posto di lavoro?
Uno studio ha rivelato che frequentare lo stesso luogo, le stesse persone, avere le stesse ambizioni, favorisce la conoscenza approfondita tra colleghi. Con essi si condivide gran parte della giornata e spesso si crea una certa complicità. D’altronde, la frequenza con cui si sta a contatto con i compagni di lavoro è pari o superiore a quella spesa in famiglia, se si escludono le ore notturne. In questo frangente è stato calcolato che è più facile far nascere una storia in ufficio, piuttosto che al di fuori, solitamente può volerci un anno o poco più all’esterno e meno di sei mesi all’interno del posto di lavoro.
Di pari passo al tempo trascorso a lavoro aumentano le possibilità di trovare un partner. Si calcola che negli ospedali e negli uffici pubblici fioriscano la maggior parte delle relazioni extraconiugali o si formano coppie fisse.
E ancora a proposito di realzioni fra colleghi, chissà se e come sono cambiate all’interno della società inglese di marketing e e design Onebestway dopo che il capo ha chiesto a tutti i dipendenti (lasciando ovviamente a loro la possibilità di scelta) di svolgere il proprio lavoro senza indossare i vestiti per un giorno intero. Racconta Pubblico Delirio.it:
Ma perché? Sono impazziti? No, tutt’altro! Pare che questa iniziativa si sia rivelata ottima per migliorare il loro spirito di squadra.
Ed effettivamente una svolta era necessaria, visto che la compagnia era in crisi da mesi e aveva già dovuto licenziare 6 persone. Ora il rischio era il fallimento. Mike Owen, amministratore delegato della società, si è rivolto a David Taylor, uno psicologo aziendale che, dopo aver analizzato bene la situazione della compagnia, ha partorito questa soluzione che in prima analisi appare alquanto bizzarra.
E invece no, come ci spiega lo psicologo, visto che togliendo i vestiti gli impiegati avrebbero perso anche le loro inibizioni e iniziato a parlare in modo più aperto e onesto l’uno nei confronti dell’altro: “Invitarli a lavorare nudi è la tecnica più estrema che ho mai utilizzato. Sembra strana, ma funziona. E’ un gesto da fare in estrema analisi per aiutare a credere in sè stessi e negli altri”.
Quasi tutti hanno lavorato completamente nudi, tranne un uomo che ha coperto i gioielli di famiglia con un marsupio e una donna che non ha tolto la sua biancheria intima nera.
Tra i vari esercizi proposti dallo psicologo nella settimana precedente, per aiutarli ad accettare la sfida, c’era il classico gioco di fotocopiare una parte del proprio corpo. C’è chi ha scelto mani o piedi e chi, come la ventitreenne Sam Jackson (nella foto a destra), ha deciso di fotocopiare il seno. Secondo Sam, che non ha avuto alcun problema a mostrarsi senza veli, “Adesso che ci siamo visti tutti nudi tra di noi non ci sono più barriere”.
Anche l’amministratore delegato è molto soddisfatto: “Ciò non ha niente a che fare con il sesso e dimostra che se fai qualcosa di sconvolgente con i tuoi colleghi di lavoro, i legami si rafforzano”. E ha aggiunto “Essendo noi una società creativa, con questo gesto coraggioso vogliamo spingere i nostri clienti ad essere altrettanto coraggiosi”.
E da un’ufficio italiano c’è chi, come Il pranzo di babette, commenta con le sue colleghe questa bizzarra iniziativa:
naturalmente la mente vola… e si applica la cronaca alla propria vita quotidiana: io, c e k, in ufficio ci siamo quasi fatte la pipì addosso dal ridere pensando alle nostre colleghe tutte biotte ma, soprattutto, immaginando LUI, il capo supremo, basso e peloso, con il picettino all’aria… ocielo…
non so se sia una buona idea… ma vi assicuro che è terapeutico da morire ridere immaginando il proprio ambiente di lavoro senza peli… ops, veli!
provateci, risultati garantiti!
In Inghilterra si prova, in Italia si ride e si immagina… chissà cosa sarebbe successo se una proposta del genere fosse stata fatta in un’azienda giapponese. A leggere la testimonianza della vita lavorativa di un ufficio in Giappone riportata su Italiansinfuga, probabilmente ci sarebbe stato un certo gelo…
Se avete la possibilità di vivere e lavorare in Giappone, prendetela, ma preparatevi per un grande schock culturale. [...] Allora qual è la fregatura? Io ero fortunato perchè lavoravo per una multinazionale occidentale però la vita in ufficio era drammaticamente differente da quella in Europa. Innanzitutto, gli orari di lavoro. La gente arriva in ufficio solo un paio di minuti prima delle 9 ma aspettatevi che la maggior parte degli impiegati sia ancora lì 11 o 12 ore dopo. Dopodichè molti ’salary man’, impiegati di uffici, rimangono fuori a bere fino alla partenza dell’ultimo treno, disdegnando la famiglia fino al fine settimana.
Nonostante le cose stiano cambiando, l’ufficio è dominato dalla presenza di uomini e molti Giapponesi pensano che una madre debba fare la casalinga e non lavorare in ufficio.
In Giappone non si mostrano le emozioni come in Europa – ci vuole tempo per abituarsi alla tranquillità, all’educazione e alla struttura con la quale si fanno le cose. Qualsiasi cosa dica il più anziano è legge, indipendentemente dalla competenza, ed il Giappone non è basato sulla meritocrazia.
Difficile è partire e adeguarsi alle abitudini altrui, ma difficile è anche restare, come racconta la brutta storia di mobbing pubblicata su Generazione P, di cui riportiamo solo un passaggio, ma che merita di essere letta interamente:
Hai due lauree, una in scienze politiche e l’altra in lingue straniere. Conosci quattro lingue e tutti i linguaggi di programmazione. Hai trovato lavoro in un ufficio del sindaco di un piccolo comune, Ti sei mostrata, e non per colpa tua, più intelligente e abile di tutte le altre . E per un strano motivo un giorno sono scomparsi dei certificati sulla tua scrivania. Hai cominciato a cercarli alla disperata, ma nulla! Sembravano come se si fossero volatilizzati. Strano per una come te maniaca dell’ordine, non ti era mai successo una cosa simile. Ti sei presa una nota disciplinare, e poco tempo dopo ti hanno assegnato un altro lavoro. Ma il lavoro non arrivava mai, o meglio, arrivava tardi. Il tuo orario di lavoro era 9 – 16, il lavoro da fare giungeva alle 16 e ovviamente eri costretta a lavorare ben oltre tuo orario, e fare straordinari su straordinari. Arrivò un’altra nota disciplinare, e sei stata assegnata ad un altro lavoro. Addetta alle fotocopie e alla fascicolazione. Peccato che la fotocopia non funzionava, e le altre due a disposizione non potevi usarle per ordine dei superiori. Ovviamente le fotocopie non sei riuscita a farle non potevi trasformarti te stessa in una fotocopia vivente e pertanto ti venne assegnato un altro lavoro.
E’ una storia drammatica, ed è giusto che i blog si prendano carico di diffondere anche queste realtà, ma c’è anche chi, come Vita da stragista, dopo averne viste tante, nonostante la giovane età, fra lo stage e il call center, cerca di mettere un sorriso anche sulle disavventure lavorative:
Dopo la fuga dal call center, è arrivata anche la fuga da Palazzo Kabul. Ma a scappare, purtroppo, non sono ancora io.
La tutor e l’ultimo stagista di turno hanno dato forfait. Con lo stesso scintillio negli occhi sono entrati nella stanza delle torture di Adolf e hanno fatto il loro annuncio.
Maria Stella: “Caro Adolf. Ti dico la verità: ho trovato un posto dove mi offrono uno stipendio più alto, ma non sai con che dolore ti lascio. Tu mi hai insegnato il senso stesso della vita, come si sta al mondo, come si cade e come ci si rialza, come si diventa grandi e anche quanto si è piccoli e inermi nella grandezza di questo celestiale universo. Ed è per questo che non ti abbandonerò. Nonostante il preavviso di 15 giorni, come da contratto, resterò qui anche di più se vuoi, fino a che tu non troverai un’altra persona degna di occupare un posto nella tua divina azienda. Adolf mi viene da piangere… Adolf non fare così. O mio Adolf! Sarai sempre il mio pastore e io, come una pecora smarrita, col cuore rimarrò sempre nel tuo ovile. Grazie di esistere!”
Filiberto: “Adolf io me ne vado. E’ più di un mese che sono qui dentro e ancora non ho capito se questo stage è retribuito oppure no. Ho 25 anni, una laurea, mi sono stancato di fare volontariato per far guadagnare di più a te. Non essendo il nostro un rapporto di lavoro subordinato, io ti saluto e oggi stesso me ne vado a cercare fortuna altrove”.
Speriamo che presto da questi blog possano giungere buone notizie, chissà che qualche capo un po’ troppo severo, leggendoli, non decida di mettersi a posto con la propria coscienza…
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