Cervelli in fuga dall’Italia
Le novità introdotte dalla contestata riforma Gelmini prevedono anche norme per frenare la fuga di cervelli che porta alcuni dei migliori talenti italiani a cercare fortuna all’estero. Può una semplice riforma dell’università arginare il fenomeno?
Si è parlato molto negli ultimi tempi della riforma Gelmini dell’università, che tra le diverse modifiche prevedeva un provvedimento per riportare in Italia i tantissimi “cervelli in fuga”, come amano chiamarli i media.
Giovani – e meno giovani – di talento che, delusi dall’impossibilità di vedere considerato il loro lavoro e le loro capacità nelle università e nelle aziende italiane, decidono di abbandonare il Paese.
Vanno così a lavorare (e a vivere) dove i loro meriti vengono riconosciuti e dove è possibile progettare un futuro a lungo termine, senza vivere in una bolla di eterno precariato e insicurezza.
Eurogeneration rileva la diversità degli italiani all’estero rispetto agli omologhi di altri paesi:
La condizione dell’italiano all’estero è peculiare. Perché, in genere, l’espatrio vissuto dai nostri conterranei non è semplice sinonimo di curiosità, voglia di viaggiare e nuova frontiera. Come lo è per la stragrande maggioranza dei giovani che dall’Europa occidentale oggi investono le capitali del Vecchio Continente per studiare e lavorare grazie alle nuove, favorevoli condizioni della mobilità made in EU.
Spesso, invece, il giovane italiano che decide di partire, lo fa per necessità. Per delusione. Per dire ‘no’ a un sistema clientelare o, peggio ancora, clanico e in ogni caso gerontocratico. Quello che vige, intatto, almeno nel Meridione e comunque incancrenisce l’insieme del sistema Italia. Un sistema - non per forza parente di quel che Roberto Saviano in Gomorra definisce ‘o sistema – che annichilisce l’iniziativa individuale, che disconosce la meritocrazia e boccia (spesso emarginando, en passant) i creativi.
C’è chi invece come Ymaraph che ha semplicemente scelto scientemente di vivere da straniera:
Desideravo questo “vivere straniero”, sapevo che prima o poi sarei partita. L’essere straniero è forse uno stato innato. Viaggiavo senza mezzi, con la mente, con le persone, fuggivo la vita stabile. Ammiravo le persone senza sede fissa, anche con un certo spavento (non volendo escludere l’idea di una “normale” vita familiare).
Ricordo Junko, “ragazzina” giapponese vicino ai cinquanta, all’epoca abitante a Parigi, che nascondeva dietro un corpo di ragazzina uno spirito ancora più giovane: pur con tre figli sembrava sempre capace di mettersi in discussione… e di cambiare Paese (non ho idea di dove sia ora). Mi diceva con occhi estasiati che il faut vivre à l’étranger. Senza una spiegazione razionale, io la capivo.
Per dare voce alle centinaia di persone accomunate dalla condizione di talento in fuga dalla madrepatria è nato il blog del sito Cervelli in fuga, che in un post racconta del poco invidiabile primato italiano:
Ad esempio, l’Italia e’ il secondo Paese esportatore di cervelli negli USA dopo l’India (che ha una popolazione 15 volte maggiore di quella italiana).
I motivi sono molteplici e non sempre legati ad esperienze fallimentari come quella della Dr.ssa Clementi e, a mio avviso, il fatto che i professionisti capaci emigrino non e’ negativo, poiche’ in una societa’ globale come quella odierna, all’estero possono acquisire una maggior apertura mentale, nuovi skill ecc. che rappresentano un bagaglio indispensabile per ascendere nel mondo scientifico e commerciale di oggi.
I problemi piu’ gravi sono:
1) La quasi totalita’ di questi professionisti non torna piu’ (a differenza di quanto sta accadendo per Cina ed India) anche se molti cambiano sedi fuori dall’Italia (magari dagli USA vanno in altri paesi europei o asiatici)
2) L’Italia in campo scientifico non e’ neanche tra le mete di interesse dei “cervelli” stranieri.
Libertà e Giustizia a Londra scrive di un’iniziativa portata avanti proprio da Cervelli in Fuga per una riforma della ricerca in Italia:
La parte più interessante dell’incontro è senza dubbio l’intervento dell’onorevole Laura Garavini, che ha presentato una proposta legislativa finalizzata a risolvere il problema dei cervelli in fuga e (possibilmente) scardinare il sistema baronale dell’università italiana. La stesura del progetto ha coinvolto un network di “cervelli” italiani sparsi per l’Europa, che hanno tentato di incorporare in un testo le “best practices” prevalenti a livello internazionale. La proposta prevede la creazione di una fondazione, la Fondazione Prime, col compito di assegnare ogni anno fondi per cento progetti di ricerca di ricercatori italiani all’estero o stranieri, da svolgere all’interno di una università italiana. I vari progetti sarebbero selezionati da un Comitato Scientifico in base a criteri esclusivamente e genuinamente meritocratici. Il ricercatore vincente avrebbe piena libertà di scegliere università, attrezzature e personale ausiliario necessari al progetto; ne sarebbe insomma l’ unico responsabile. Nel caso egli venga ostacolato nelle sue attività può, d’accordo con la fondazione, decidere di trasferirsi in un’altra università. Alla fine del contratto PRIME sono previste agevolazioni fiscali per le università che integrano nel loro personale questi ricercatori. La speranza è che queste esperienze di ricerca innestino nell’università italiana dei germogli virtuosi, e che questi col tempo crescano e si diffondano fino a rompere le crepe del sistema baronale e diventare il modello di riferimento.
Italiani di frontiera riflette sul mancato legame in Italia tra il mondo dell’università e quello del lavoro, attraverso le parole di Marco Battaglia, ricercatore italiano negli Stati Uniti:
Purtroppo, dove l’università italiana manca è proprio nel seguire i propri studenti fino a destinazione. L’università americana fa molto per formare i proprio studenti e aiutarli ad avere un profilo in cui poi riescano con l’abilità applicata nel mondo del lavoro o in quello accademico. L’università italiana crea degli studenti meravigliosi ma poi non ha la capacità di completare questa preparazione facendo in modo che attirino opportunità. Un docente italiano dirà del proprio studente che è bravo e finisce lì. Mentre quello americano può andare tanto lontano da dire: “Questo studente potrebbe un giorno essere un premio Nobel, potrebbe inserirsi nel vostro gruppo e fare questa, questa e quella cosa”. Forse l’università italiana manca di un rapporto diretto tre docente e studente, per promuoverlo nel mondo del lavoro e nel mondo accademico.
Orizzonte Liberale fa notare come l’aspetto più deleterio per lo sviluppo culturale e scientifico è che tutti i talenti accumulati nelle esperienze straniere non vengano poi riportate in Italia:
Parli con i tuoi colleghi, siano essi Americani, Inglesi, Tedeschi, Spagnoli o altro e prima o poi ti accorgi dell’incongruenza. Dopo anni di esperienza all’estero, la maggiorparte dei ricercatori che incontro tornano a lavorare nel proprio Paese. C’e’ chi si lamenta piu’ di altri delle condizioni, chi e’ piu’ fortunato e chi meno, ma bene o male per loro l’idea di riportare la propria esperienza nel proprio Paese e’ tanto naturale quanto possibile.
Per gli Italiani no.
Gery Palazzotto raccoglie lo sfogo di un altro italiano in fuga:
sforniamo PhD di talento… che poi, spesso per i motivi che citi, vanno quasi tutti all’estero.
Anche il professore, Luca B., con cui abbiamo co-organizzato l’evento, non è più in Italia: niente spazio. Contribuisce ora alla ricerca e all’insegnamento superiore in Francia.
Penso ad una mia ex-collega di Berkeley. Penso a quando, prima di Berkeley, lavorava alla Sapienza di Roma in uno scantinato con odore di muffa e di piscio delle latrine del piano di sopra. A Berkeley ha avuto un budget di un milione di dollari per le sue ricerche e adesso forma giovani fisici americani.
I problemi dell’università e della ricerca italiana – ma non solo, perché i cervelli in fuga si trovano in ogni settore lavorativo – non sembrano risolvibili esclusivamente con una riforma. Sembra piuttosto necessario un mutamento profondo della cultura e della società italiana, che però sembra decisamente di là da venire.
Tag correlate: università, ricerca scientifica, riforma Gelmini, lavoro





settembre 11th, 2009 at 15:01
mia figlia è fuggita in Danimarca.si occupa dineuroscienze.dire che è andata in un paradiso forse è esagerato,ma inquadra bene l’ambiente.una università con 30.000 stranieri,servizi stellari,stipendio per il suo dottorato,casa ,abbonamento ai mezzi pubblici,orari di lavoro umani,professori che ti seguono e ti consigliano,tutor.mandiamo la Gelmini in gita scolastica formativa e poi forse le viene qualche idea più brillante che istituire 30 (sic!)borse per il rientro dei cervelli….
ottobre 11th, 2009 at 23:07
Vi ringrazio per la citazione dal mio blog. Il mio “vivere straniero” è stato sì una scelta, ma, una volta “fuori”, diventa difficile il rientro in Italia.
Mi associo alle testimonianze di sopra: altri Paesi offrono delle opportunità a cui in Italia è diventato anche difficile aspirare, dal lavoro fisso con uno stipendio decente alla possibilità di svolgere degnamente l’attività per cui si è passata la vita sui libri.
Si sarebbe disposti poi a rinunciare a tutto questo per il ritorno in patria?