Nucleare: il no delle regioni
La legge recentemente varata ha estromesso le comunità locali avocando tutti i poteri al governo centrale. Una mossa che ha provocato la reazione delle regione, che hanno decideso di impugnare la legge, mettendone in dubbio la costituzionalità
Continua, mese dopo mese e non senza aspre polemiche, il percorso della legge che intende riportare in Italia le centrali nucleari.
Il governo nei mesi scorsi, nonostante l’impopolarità di tale scelta, ha approvato una legge che estromette le comunità locali e le regioni da tutto quello che riguarda la scelta dei siti in cui edificare le centrali e gli impianti di smaltimento delle scorie.
Ma le regioni non ci stanno e rispondendo all’appello delle associazione ambientaliste – tra cui WWF, Legambiente e Greenpeace – hanno impugnato la legge e fatto ricorso.
Inizialmente le regioni a contestare le scelte del governo erano solo quattro, come spiega Terra!:
Quattro regioni hanno presentato ricorso presso la Corte costituzionale contro la costruzione di centrali nucleari. Toscana, Piemonte, Calabria e Liguria hanno scelto di presentare ricorso alla Consulta contro la legge 99/2009.
Le Regioni contestano che il Governo possa decidere dove collocare nuovi impianti nucleari, anche nel caso in cui non si raggiunga un’intesa con gli enti locali. Secondo quanto reso noto dalla Regione Toscana, la Costituzione prevede che l’energia sia materia concorrente, ossia su cui devono decidere in accordo le diverse amministrazioni, in questo caso il Governo e le Regioni. Quindi l’intesa con le Regioni è imprescindibile.
Perché proprio adesso questa mobilitazione? Ce lo spiega MareLibero:
A fine settembre, per le Regioni, scade il termine per impugnare la Legge 99 del 23 luglio 2009 su “Sviluppo, internalizzazione delle imprese ed energia” che reintroduce in Italia il nucleare. Trascorso questo termine il governo potrà decidere in totale autonomia dove collocare le centrali nucleari (se ne ipotizzano 8-10), scavalcando completamente i Governi locali, impedendo l’informazione dei cittadini fino ad arrivare alla militarizzazione degli impianti la cui localizzazione sarà proposta da operatori privati. Le regioni non avranno nessuna voce in capitolo tranne un parere non vincolante in sede di Conferenza unificata Stato Regioni. Un iter di questo genere è in assoluto contrasto con quanto stabilisce il Titolo V della Costituzione sui poteri concorrenti delle Regioni in materia di Governo del territorio e sul rispetto del principio di leale collaborazione.
Alle prime quattro se ne sono aggiunte molte altre, tra cui il Lazio, di cui scrive Il Giornalino.net:
La Legge sviluppo, infatti, prevede – ha aggiunto l’Assessore – che ci sia un’unica opzione: quella dell’assenso alle centrali atomiche; se la Regione decidesse di opporsi, infatti, scatterebbe il meccanismo di sostituzione da parte del Governo andando contro alla volontà dei cittadini che si sono espressi per le rinnovabili. In pratica – ha sottolineato Zaratti – il passaggio che prevede la legge con la conferenza unificata e con le popolazioni è solo una generica enunciazione di principio poiché la scelta è obbligata facendo passare decisioni importanti sulla testa dei cittadini, con una scorciatoia assolutamente impraticabile».
Zaratti ha quindi rimarcato l’assenza di validità dell’atto del Governo. «Entrando più nello specifico l’articolo 120 della Costituzione – ha dichiarato Zaratti – individua in maniera tassativa i casi in cui il Governo può esercitare i suoi poteri sostitutivi nei confronti delle regioni e degli enti locali che sono: il mancato rispetto di norme e trattati internazionali, e della normativa comunitaria; il pericolo grave per l’incolumità e la sicurezza pubblica; la tutela dell’unità giuridica, economica e dei livelli essenziali delle prestazioni relative a diritti civili e sociali essenziali, come quelli della sanità. Esclusi i primi due casi – ha fatto notare l’Assessore – che nulla hanno a che fare con l’energia, mi sembra difficile che la localizzazione di una centrale nucleare, in quanto infrastruttura strategica nazionale, possa farsi rientrare così semplicemente nell’ambito della tutela dell’unità economica o dei livelli essenziali dei servizi, dimenticando che il governo del territorio è affidato alla Regione e che l’assenso regionale a qualsiasi localizzazione non è momento eludibile.
Da cinque, le regioni aderenti sono diventate infine 11, come ricorda Blogeko:
Ormai dietro al ricorso c’è mezza Italia. Le Regioni che lo hanno firmato (o hanno annunciato l’intenzione) sono passate da 5 a 11.
E le effervescenze anti nucleari si fanno sentire anche nelle Regioni governate dal Pdl.
Negli ultimi giorni Lazio, Marche, Umbria, Basilicata. Puglia si sono unite al ricorso alla Corte Costituzionale presentato da Calabria, Toscana, Liguria, Emilia Romagna e Piemonte. La Sicilia, che è governata dal centrodestra, dovrebbe aggiungersi al gruppo lunedì.
Al ricorso ha aderito anche la Rete dei piccoli Comuni. Il Comitato molisano contro il nucleare ha promosso una petizione per spingere la Regione a fare altrettanto.
La legge che disciplina il ritorno dell’Italia al nucleare prevede che le decisioni relative all’ubicazione di centrali, scorie, depositi di combustibile siano prese con mezzi e poteri straordinari, ed affidate a commissari.
Il ricorso si appella a quanto stabilito dal titolo V della Costituzione sui poteri concorrenti delle Regioni in materia di Governo. [...]
Non si limitano alla Sicilia, infine, le effervescenze antinucleari delle Regioni governate dal Pdl. La Sardegna ha stabilito che compirà “tutti gli atti necessari” per evitare la presenza di centrali nucleari sul suo territorio, pur non unendosi (non ancora?) al ricorso.
La maggioranza di centrodestra della Regione Veneto si è divisa sulla proposta di aderire al ricorso avanzata dalle forse politiche di centrosinistra. La proposta non è stata approvata, ma la Lega si è astenuta.
La Gramigna rileva il silenzio dell’Abruzzo, la regione che fra tutte, vista la sua storia sismica, dovrebbe essere tra le maggiormente interessate a non ospitare una centrale:
Ancora nessuna comunicazione dalla Regione Abruzzo sull’appello lanciato dal WWF lo scorso 11 settembre a tutte le Regioni italiane.
Nella lettera-appello si invitano i Governatori e gli assessori competenti ad impugnare di fronte alla Corte Costituzionale la norma contenuta nella Legge n. 99/2009 che, in sostanza, permette al Governo Centrale, in materia di energia nucleare, di scavalcare completamente le Regioni e gli Enti Locali, di ridurre la possibilità di informazione dei cittadini fino ad arrivare alla militarizzazione degli impianti la cui localizzazione sarà proposta da operatori privati. [...]
I termini per presentare il ricorso stanno per scadere: il WWF chiede al Governatore Chiodi ed agli amministratori abruzzesi di prendere una decisione quanto prima, in modo da impugnare un provvedimento che potrebbe escludere le Regioni da qualsiasi decisione che dovrà essere presa sul territorio abruzzese.
100ambiente ricorda come oltre alle questioni ambientali siano in gioco anche equilibri politici e di rappresentatività a livello locale:
Insomma, le Regioni difendono le proprie competenze e devono fare i conti con il proprio elettorato.
L’esplicito OK ad una centrale nucleare sul proprio territorio, potrebbe creare non poche fratture nei confronti di diversi strati della popolazione.
A costruire le centrali sarà una società chiamata Sviluppo Nucleare Italia, di cui farà parte anche l’Enel, come spiega Tenera Erbetta:
Nasce Sviluppo nucleare italia Srl, joint-venture tra Edf e Enel, accordo che costitusce di fatto il primo passo verso la costruzione delle centrali nucleari di terza generazione (che producono scorie sette volte più radioattive) nel nostro Paese. Dopo aver spianato la strada politicamente con il Ddl approvato lo scorso 9 luglio in Senato, si passa, così alla parte operativa.
Si realizza oggi l’accordo tra Edf e Enel presentato lo scorso febbraio e come scrive Enel sul suo sito:
“Sviluppo Nucleare Italia Srl”, ha il compito di realizzare gli studi di fattibilità per la costruzione nel nostro Paese di almeno 4 centrali nucleari con la tecnologia di terza generazione avanzata EPR, come previsto dal Memorandum of Understanding firmato da Enel ed EDF il 24 febbraio scorso durante il summit Francia-Italia di Roma. Completate le attività di studio e prese le necessarie decisioni di investimento, è prevista la costituzione di società ad hoc per la costruzione, proprietà e messa in esercizio di ciascuna centrale EPR.
Entro gennaio 2010, invece, a meno di proroghe, dovranno essere comunicati dal Governo i siti presso cui saranno costruite le centrali nucleari e le compensazioni da dare alle popolazioni coinvolte, nonché i siti deputati all’accoglimento delle scorie radioattive.
Il punto però resta sempre uno: i soldi. Già Tremonti aveva espresso i risultati dei suoi conti, chiarendo che un investimento per 4 centrali nucleari, in un simile momento economico, è assolutamente al di sopra delle possibilità degli italiani e non si può dire che il Ministro del Tesoro sia uno che remi contro il Governo. E l’idea di Tremonti resta sempre quella: costruire le centrali nucleari in Albania.
Mario Agostinelli fa invece un’accurata disamina della legge dal punto di vista giuridico, sottolineando a sua volta la questione economica:
In sostanza, sulla base dei principi enunciati nella stessa legge delega (n.99/2009), il Governo è investito del potere di legiferare in merito all’intera filiera nucleare, dalla produzione del combustibile alla realizzazione delle centrali, fino allo stoccaggio delle scorie e al loro smaltimento “definitivo”, senza trascurare le necessarie compensazioni a favore delle popolazioni destinate a convivere con centrali o depositi di scorie.
A questo punto sorge spontanea la domanda: quali risorse vengono stanziate per la realizzazione di un programma così impegnativo?
Risposta: neppure un centesimo!
Il comma 4 dell’art.7 citato prevede espressamente che “dall’attuazione del presente articolo non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica”. Quindi non si stanzia nulla, non solo per la produzione di energia nucleare, ma neppure per la ricerca sui fantomatici reattori di quarta generazione o per la fusione nucleare.
Nessuno stanziamento è previsto neppure per la realizzazione del deposito delle scorie: in base all’art.29 l’Agenzia per la Sicurezza Nucleare dovrà, infatti, tra gli innumerevoli altri compiti, curare “la gestione e la sistemazione dei rifiuti radioattivi e dei materiali nucleari provenienti sia da impianti di produzione di elettricità sia da attività mediche ed industriali” nell’ambito delle risorse complessive esistenti e già stanziate per l’ISPRA e l’ENEA.
Oltre alla questione delle centrali, si pone il problema di dove stoccare le scorie, come ricorda Decrescita:
Spetta al Tar del Piemonte l’ultima parola sulla contestata trasformazione della Sogin, ex Fabbricazioni Nucleari di Bosco Marengo (Alessandria) nella prima discarica autorizzata di scorie radioattive d’Italia. Dopo le due sentenze del Tar piemontese, entrambe sfavorevoli alla Sogin, anche il Consiglio di Stato le dà torto, riconoscendo le ragioni degli ambientalisti alessandrini. La sentenza del tribunale romano, massimo organo di giustizia amministrativa, emanata il 30 giugno e depositata il 31 luglio, è stata pubblicata il 10 agosto, fra il tripudio degli ecologisti, che incassano la terza vittoria consecutiva.
Sulle barricate, dalla primavera, associazioni come Medicina Democratica, Pro Natura, Legambiente e comitati locali: «La dismissione dell’impianto è pericolosa – avevano sostenuto – nonché illegittima, in violazione della norma che prescrive che i materiali radioattivi vengano custoditi in sicurezza in un unico centro nazionale, non ancora neppure individuato». [...] «Il nostro timore – afferma Lino Balza, di Medicina Democratica – è che, accettando la frettolosa procedura avviata a Bosco Marengo, possano venir trasformati in discariche nucleari anche gli altri siti atomici italiani, senza l’introduzione delle necessarie misure di sicurezza». Sullo sfondo, la battaglia (politica e legale) per contrastare in ogni modo il ritorno dell’Italia alla produzione di energia nucleare.
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novembre 5th, 2009 at 01:28
Sono nettamente contrario alle centrali nucleari,perchè sono un grave pericolo per le popolazioni e non è stato ancora nè è possibile risolvere il problema di dove sistemarele scorie radioattive. Ormai da oltre 20 anni avrebbero potuto creare molte centrali con tecnologie alternative e pulite,come il solare,le biomasse,le celle fotovoltaiche e le pale eoliche ,che oltretutto hanno un costo molto più basso al raffronto col nucleare.SI possono poi UTILIZZARE i GASSIFICATORI E sfruttare le CENTRALI termoelettriche ed idroelettriche(come ce ne erannomolte nelle campagne nel passato e abbandonate dall’ENEL.
savius