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Il premio Nobel per la letteratura 2009 a Herta Müller

L’Accademia di Stoccolma assegna il Nobel per la Letteratura 2009 a Herta Müller, scrittrice tedesca di origine rumena. Una scelta che non ha mancato di suscitare un dibattito sulle motivazioni e sulla valenza di una simile decisione

Il premio Nobel per la letteratura 2009 a Herta Müller

Sono stati assegnati nelle scorse settimane i premi Nobel per il 2009.
Un’edizione, questa, contrassegnata da non poche polemiche riguardanti le scelte fatte, a partire dal Nobel per la Pace attribuito al Presidente degli Stati Uniti Barack Obama.

Il Nobel per la Letteratura, quest’anno, è stato assegnato dall’accademia di Stoccolma ad Herta Müller, scrittrice in lingua tedesca di origini rumene.
Assegnazione – anche questa – non senza dispute
, che ha preferito la Müller ad autori più universalmente noti come Philiph Roth o Amos Oz.

Cerchiamo di conoscere meglio questa scrittrice e di capire quali siano i commenti – in positivo e in negativo – al premio che ha appena ricevuto.

Queste le motivazioni dell’Accademia del Nobel, su Chronica:

Perché “con la concentrazione della poesia e la franchezza della prosa ha rappresentato il mondo dei diseredati“. Questa la motivazione del Premio Nobel 2009 per la Letteratura.

Cominciamo con qualche dato biografico su Periodico Italiano, fondamentale per capire la poetica di una autrice il cui vissuto ha condizionato profondamente la scrittura:

Herta Muller è una rumena di origine tedesca nata il 17 agosto del  1953 a Niţchidorf (regione tedesca passata alla Romania) e forma la sua cultura all’Università di Timişoara. Nel 1976 lavora come traduttrice in un’ azienda ingegneristica ma tre anni dopo è licenziata poiché si rifiuta di collaborare con i servizi segreti del regime comunista. Più tardi scoprirà di essere stata considerata  un pericoloso nemico dello Stato. La sua colpa era di raccontare la cruda realtà della vita sotto il regime di Ceausescu, soffermandosi altresì sulla condizione delle donne costrette a subire ricatti sessuali nelle fabbriche. In difficoltà economiche si guadagna da vivere insegnando la lingua tedesca e lavorando in un asilo nido. Nel 1982 stampa in Romania e pubblica in lingua tedesca il suo primo libro Niederungen, la versione è però censurata

Comic Soon commenta le opere più importanti della Müller,  Bestia del cuore e Il paese delle prugne verdi, nate da un sostrato biografico e impregnate della realtà rumena della dittatura dei tempi di Ceausescu:

Si intitola ‘Herztier’, ovvero ‘Bestia del cuore’, il romanzo che racconta di quattro amici perseguitati per le loro idee dalla polizia politica di Ceausescu, uscito nel 1994 e considerato il più importante di Herta Muller, la scrittrice tedesca nata in Romania nel 1953 e trasferitasi in Germania dal 1987, cui è stato assegnato oggi il premio Nobel per la letteratura, “per aver descritto la realtà dei diseredati con la forza della poesia e la franchezza della prosa”. Un titolo che unisce appunto la bestialità della repressione e il sentimento di amore e libertà che anima i protagonisti, tradotto in italiano, l’anno scorso, come ‘Il paese delle prugne verdi’ (Ed. Keller). “L’ho scritto in ricordo dei miei amici romeni uccisi sotto il regime di Ceausescu”, afferma la scrittrice, per la quale il tema della dittatura resta quello centrale della sua opera. “E’ stata l’esperienza più intensa e violenta della mia vita e il solo fatto di essere andata a vivere in Germania, a centinaia di chilometri di distanza, non ha cancellato quel mio passato e il fatto di essere stata costretta a imparare a vivere attraverso la scrittura – ha dichiarato di recente, a settembre al Festival letteratura di Mantova – Volevo vivere secondo gli standard che popolavano i miei sogni, le mie letture: tutto qui, scrivere era il mio modo di esprimere quel che non potevo vivere nella realtà”

Anche il vissuto della propria comunità -  minoranza in bilico tra gli interessi di stati e nazioni diverse – ha inciso profondamente nella scrittura e nell’approccio alla vita di Herta Müller. Il Camaleonte riporta la definizione di “Lager” raccolta nel Vocabolario europeo 2009:

La Müller ha conosciuto di riflesso la realtà del campo di concentramento, poiché sua madre venne deportata in Unione Sovietica nel 1945 e lì rimase prigioniera per 5 anni.

Lager, s. n.: campo

Da quando so pensare, mia madre dice:
Il freddo è peggiore della fame.
Oppure: Il vento è più freddo della neve.
Oppure: Una patata calda è un letto caldo.

Sin dalla mia infanzia, da più di cinquanta anni a questa parte, mia madre non cambia in queste frasi neanche una parola. Vengono sempre pronunciate separatamente, perché ognuna di queste frasi, presa a sé, racchiude cinque anni di campo di lavoro. È la sua lingua stringata che sostituisce i racconti del campo. [...]

Anche se, durante la seconda guerra mondiale, la Romania con il suo dittatore fascista Maresciallo Antonescu stava dalla parte di Hitler e Mussolini, i sovietici hanno incolpato dei crimini nazisti solo la minoranza tedesca. Ancora durante la guerra, nel 1945, tutti i tedeschi d’età compresa tra 17 e 45 anni sono stati deportati in campi di lavoro per la “ricostruzione”.

C’erano delle liste, ognuno veniva snidato dalla polizia e portato ai punti di raccolta e quindi alla stazione. Il trasporto nei vagoni per il bestiame durava settimane. I campi erano nelle zone carbonifere tra Dnjepropetrows’k e Donetzk, nel Bacino del Donek, oggi in Ucraina. La quotidianità comprendeva il marciare in colonna, il lavoro duro, l’appello serale, la fame cronica. Morire significava morire di fame o assiderati. [...] Il Lager, nelle sue molteplici ma sempre mostruose forme, è un simbolo del ventesimo secolo. I campi di punizione e di lavoro in Germania e quelli del sistema Gulag dello stalinismo, i campi di concentramento e i campi di sterminio dei nazionalsocialisti. Con l’eccezione della Russia, in Europa sono scomparsi. La parola, però, è rimasta.

Senza una destinazione riporta una dichiarazione della Müller tratta da un’intervista che bene riassume il suo stile di scrittura:

“Cerco sempre di immaginarmi ai margini dell’avvenimento che sto osservando – diceva in una intervista di alcuni anni fa – . Vedo che gli uomini agiscono in modo apparentemente libero e non si accorgono di essere sottoposti a vincoli ben precisi, di essere prigionieri di un meccanismo, di agire con la libertà di una marionetta. E io cerco di rappresentare questo meccanismo».

Nazione indiana riflette sul ruolo – della Müller e di altri scrittori di lingua tedesca suoi contemporanei – nella letteratura della Germania che conosciamo oggi:

Con Franz Hodjak, Werner Söllner e Richard Wagner, Herta Müller è parte di una costellazione di autori che dagli anni Ottanta ha aperto nella letteratura di lingua tedesca nuove prospettive e conquistato nuovi spazi espressivi, facendo scoprire al lettore – insieme a quella della Germania dell’Ovest e dell’Est, austriaca e svizzera – l’esistenza di una « quinta letteratura tedesca», innervata da una lirica notevole, posta sul confine di una doppia opposizione: tra il potere della tirannia e quello altrettanto dispotico della conservazione, nel mondo pietrificato di ieri.

Fenice di carta pone l’accento sul valore simbolico e non semplicemente letterario della scelta dell’Accademia:

Il nobel a Herta Müller quindi ha il sapore di un proclama politico. Ancora una volta l’Accademia ingnora i nomi famosi per premiare chi, nonostate fosse snobbato dalle Grande Case Editrici (6), ha scritto per denunciare le condizioni disumane in cui ha vissuto il proprio popolo.
Quelli dell’Accademia, in fin dei conti, ci stanno invitando a riflettere sul valore della libertà e ci propongono la lettura di questa scrittrice che non tutti conoscono ma che molti, visto il recente successo al festival di Mantova, apprezzano.

Un po’ di Danubio ritiene invece che il gesto dell’Accademia del Nobel sia sbagliato e fuori tempo:

Non pretendo di avere la competenza per giudicare l’opera di Herta Müller, ma rimane in me la sensazione che la giuria del Nobel scelga sempre in primo luogo un messaggio politico che il premio deve veicolare e solo in seconda istanza si dedichi alla ricerca degli autori che rispondono al primo requisito. Il problema è che il messaggio politico è spesso anacronistico, come in questo caso e come, ad esempio, nel caso di Saramago. [...] il mondo della Müller è lontano, finito, assorbito. Per i derubati della propria terra, della propria dignità, della propria storia credo che il comitato dovesse andare a cercare in Africa. Rimane allora la sensazione un po’ amara che, nel voler riportare l’attenzione sulla letteratura tedesca, il comitato del Nobel abbia sbagliato completamente mira, convogliando l’attenzione su un’apolide a disagio ovunque.

Culture club di Mario Fortunato commenta le polemiche cercando di riportare la questione nel merito che le compete, ossia la scrittura e la letteratura:

Inevitabili polemiche per il Nobel letterario alla scrittrice di lingua tedesca (ma rumena di nascita) Herta Muller. L’obiezione più diffusa: mai sentita prima (qualcuno mi ha telefonato addirittura dagli Usa, chiedendomi se per caso l’avessi letta). Oppure: è una scrittrice minore. O ancora: troppo eurocentrismo da parte dell’Accademia svedese che decide il riconoscimento (sugli ultimi otto, sei premiati erano appunto europei). [...]

“Bassure” è una raccolta di racconti, livida come un mattino desolato e freddo. La scrittura della Muller vi è lenta e stabile, oggettiva, legata più alle cose, alla materialità dell’esistenza, che non alle persone in carne e ossa. Sono racconti “semplici e difficili come lo scorrere degli anni”, notò allora Claudio Magris che ha sempre l’occhio più lungo di tutti, in Italia. Storie che raccontavano il mondo di una minoranza etnica – quella di lingua tedesca nel Banato e nella Transilvania – ma senza autoinduldenza, anzi con una crudezza, un muto orrore che mi fece pensare a Thomas Bernhard.

[…] Non sono in grado di dire se Herta Muller meriti il premio che le è stato assegnato. La conosco troppo poco. L’anno scorso, quando il Nobel per la letteratura andò a Le Clézio, mi parve un’obiettiva stramberia, perché si trattava non solo di un autore ignoto ai più, ma soprattutto di uno scrittore fragile, direi perfino irrilevante. Di sicuro, Herta Muller irrilevante non è.

Booksblog ha dedicato diversi post al premio e alle polemiche da esso innescate, con una riflessione particolare sulle reazioni della critica italiana:

Ma a dimostrare la più completa ignoranza di questa poetessa e scrittrice, almeno in Italia, non sono solo i lettori più sprovveduti, come me, ma sono persino i critici, quelli che dai giornali danno ordine, con i loro giudizi, al caos letterario che ci circonda. Ma anche loro, temo, questa Muller non l’hanno mai sentita nominare.

Valga l’esempio di uno per tutti: Antonio D’Orrico, il critico letterario più letto d’Italia, quello che scrive sulle pagine del Corsera e di Sette, per intenderci, il quale oggi, poco dopo la proclamazione della Muller ha affermato ad AffariItaliani: “E’ la conferma che non va dato più nessun valore a questo premio. La Müller è una perfetta sconosciuta, non è assolutamente un’autrice da Nobel”. Come se fosse la fama a decretare le nomination al premio più ambito del mondo.

E in un ulteriore post sull’argomento, riflette come una scelta del genere sia un’occasione di allargamento degli orizzonti culturali:

Anch’io, nel mio piccolo, ho avuto l’istinto iniziale di chiedermi chi diavolo fosse questa Muller, forse una parente dei produttori di yogurt, eppure studio lettere, scrivo in un blog di libri, produco una rivista di letteratura. Ma proprio per questo motivo mi sono subito imposto di riflettere e di vedere la cosa in modo intelligente. Non so chi sia Herta Muller? Beh, allora vuol dire che dovrò allargare i miei confini culturali, dovrò legegre qualche libro in più.

Ma quello che mi ha fatto definitivamente giudicare positiva la vittoria della Muller è un articolo apparso oggi sul Fatto Quotidiano, intitolato “L’editore del Nobel che gira in furgone e brinda a chinotto”, un articolo che parla di un editore, Roberto Keller, che produce libri in soffitta, che ha pagato poco meno di 1000 euro per i diritti de Il paese delle prugne verdi e che ora, alla luce di questo Nobel, potrà dare un contributo forse importante, sicuramente originale, al panorama editoriale italiano.

Tag correlate: premi Nobel, Stoccolma, Herta Müller, Germania, Romania, letteratura

Post pubblicato da: Tostoini il 05 novembre 2009 - 218 posts su Liquida magazine.

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