COP15, la conferenza di Copenhagen tra timori e speranze
E’ in pieno svolgimento il vertice sul clima di Copenaghen, l’opportunità più concreta degli ultimi anni di arrivare ad un vero risultato nel contrasto ai cambiamenti climatici e all’inquinamento del pianeta. Il summit ha generato timori e speranze in pari grado e non è ancora scontato quale sarà il risultato di questi 12 giorni di lavori.
Si è aperta il 6 dicembre (e andrà avanti sino al 18) COP15, la conferenza sul clima di Copenaghen, l’evento che riunisce al proverbiale tavolo i leader di oltre 192 paesi del mondo, per decidere delle sorti del clima del pianeta e del pianeta in quanto tale.
Intorno all’evento si raccolgono speranze e grandi timori. E poi c’è il desiderio che da questo summit escano posizioni realmente incisive per scongiurare i cambiamenti climatici e invertire la tendenza al degrado del pianeta; ma anche la paura che Copenaghen si concluda con un nulla di fatto e con accordi scarsamente rispettati (come il Protocollo di Kyoto).
Le notizie si rincorrono e già sui blog si commentano le prime giornate dei lavori.
L’inizio dei lavori è stato anticipato da un’iniziativa mai verificatasi a memoria d’uomo da parte dei giornali di tutto il mondo. Ce la racconta Girasoli Metropolitani:
Oggi 56 giornali di 45 paesi stanno facendo un passo senza precedenti, quello di parlare con una unica voce in un editoriale comune. Lo facciamo perché l’umanità si trova ad affrontare una grave emergenza.
Se non ci uniamo per intraprendere delle azioni decisive, il cambiamento climatico devasterà il nostro pianeta e con esso la nostra prosperità e la nostra sicurezza. I pericoli sono diventati sempre più manifesti nel corso dell’ultima generazione. Ora hanno cominciato a parlare i fatti: 11 degli ultimi 14 anni sono stati i più caldi mai registrati, la calotta artica si sta sciogliendo e i surriscaldati prezzi del petrolio e dei generi alimentari sono solo un assaggio della distruzione che ci attende. Sulle pubblicazioni scientifiche la domanda non è più se la causa sia imputabile agli essere umani, ma quanto è breve il tempo che abbiamo ancora a disposizione per contenere i danni. Nonostante tutto ciò, fino a questo momento la risposta del mondo è stata tiepida e debole.
Mario Agostinelli ricapitola alcuni dei siti in cui è possibile trovare le informazioni fondamentali su quanto sta avvenendo il questi giorni:
Il primo sito è ovviamente il sito della Convenzione sul Clima, in cui è disponibile il programma della conferenza e i documenti in discussione.
È disponibile l’elenco dei side event, ossia le 560 conferenze che accompagnano i lavori delle negoziazione. È disponibile sia in una versione pdf ben impaginata e l’elenco nella pagina web in cui sono disponibili i contatti e i file di base per le conferenze (e, a conferenza avvenuta anche i file delle presentazioni).
Il sito è una miniera di informazioni, sia di documenti, che di dati, o di video
Un’apposita pagina è stata creata per la partecipazione virtuale alla COP15.
Il secondo è il sito della COP15 (con molte informazioni e commenti sull’oggetto della conferenza, nonché due blog come il Climate Thinkers Blog e il Behind the Scenes Blog.
Il terzo è il sito dedicato dall’International Institute for Sustainable Development alla COP15, una ONG che durante le COP produce dei resoconti aggiornati sia delle negoziazioni che dei vari eventi come conferenze stampa e side event.
Genitron Sviluppo riassume il contesto della conferenza:
Il nome “COP15” non ha nulla a che fare con Copenhagen. Si distingue per la Conference of Parts. L’obiettivo della COP15 era originariamente di istituire un trattato vincolante sul clima e di farlo entrare in vigore entro il 2012 quando il protocollo Kyoto scade. Ma facciamo un passo indietro. L’accordo di Kyoto non ha un corso di esecuzione formale. Inoltre la maggior parte dei soggetti che hanno siglato l’accordo sostengono che Kyoto non ha funzionato. È necessaria una chiara definizione e sanzioni vincolanti per i paesi che non concludono il proprio impegno sottoscritto. I negoziatori dovranno in qualche modo essere d’accordo su chi controlla e fa rispettare il trattato. Come suggerisce il nome COP15, ci sono state già 14 conferenze simili prima di questa. Ma le polemiche sono pesanti. Già il mese scorso i leader mondiali (tra cui il tanto osannato presidente Obama) ha considerato questo trattato globale sul clima troppo vincolante e ambizioso e ha voluto invece concentrarsi su come sia possibile creare un accordo meno specifico. “Un accordo vincolante non è fuori da ogni considerazione, ma i tempi non sono i migliori per farlo ora. Potrà essere probabilmente meglio discusso in un vertice in seguito a Città del Messico”, così afferma Obama con il suo pesante peso politico.
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La conferenza si aprirà con lo scottante tema del REDD (riduzione delle emissioni da deforestazione e degrado forestale), che consisterà potenzialmente in offrire ai paesi crediti di emissioni per fermare la deforestazione. Quasi il 20% delle emissioni mondiali di gas ad effetto serra è il risultato della deforestazione e il degrado delle foreste. Un aspetto del cambiamento climatico spesso messo in ombra da influenti accordi commerciali internazionali.
[...]
In questa visione rientra a pieno titolo anche la Banca Mondiale, l’istituto egemone che detiene i cordoni della borsa e desidera che i destinatari dei crediti verifichino e riferiscano su come il loro denaro viene speso. Per questo i paesi poveri si sentono di essere soggiogati dalla Banca Mondiale per decenni, ormai, e vogliono un nuovo organismo indipendente che agisca come economo non come istituto privato. E certamente non vogliono dover spendere una parte significativa del loro denaro per la creazione di sistemi per la misura, la segnalazione e verifica di come i pochi finanziamenti in tecnologia verde vengono avviati.
Serve sempre ricordare a quali conseguenze si espone il mondo qualora i negoziati non dovessero andare a buon fine. Ricorda Dillinger:
In assenza di politiche concrete che contrastino i cambiamenti climatici, il mondo andrebbe incontro, secondo il 4° Assessment Report (2007) citato da Pachauri, a rischi quali:
1) Scioglimento dei ghiacciai entro la fine del 21mo secolo,
2) Aumento della frequenza di fenomeni climatici estremi, con stagioni molto più calde, ondate di calore e forti piogge;
3) Aumento dell’intensità dei cicloni tropicali;
4) Diminuzione delle riserve di acqua in molte zone semi-desertiche (bacino del Mediterraneo, Stati Uniti orientali, sud dell’Africa e nord-est del Brasile su tutti);
5) Scioglimento dei ghiacci della Groenlandia e aumento dei livelli del mare (circa 7 metri). Le temperature future in Groenlandia potrebbero essere paragonabili con i livelli stimati 125mila anni fa quando, secondo i paleoclimatologi, l’innalzamento dei livelli del mare fu di 4-6 metri;
6) Rischio estinzione per circa il 20-30% delle specie conosciute finora, con un aumento di 1,5-2,5 gradi centigradi delle temperature globali medie;
7) Riduzione delle risorse di acqua dovuta, oltre che ai cambiamenti climatici, anche alla crescita della popolazione.
Ecoblog ricapitola in dieci punti i temi principali della discussione:
* + 2°C. Secondo le teorie del riscaldamento globale sarà l’aumento di 2 gradi della temperatura globale del Pianeta a causarei cambiamenti climatici. Obiettivo del vertice di Copenaghen è raggiungere delle risoluzioni che impediscano questo aumento della temperatura. Lo scenario è suffragato dall’ultimo rapporto dell’IPCC.
* 86 miliardi di euro. Somma delle operazioni nel 2008 sul mercato del carbonio, secondo la Banca Mondiale. Nonostante la crisi finanziaria internazionale, tale importo è raddoppiato dal 2007.
* 20 %. A seguito dell’adozione del pacchetto energia-clima, l’Ue si è impegnata a raggiungere tre obiettivi entro il 2020: riduzione del 20% delle emissioni di gas a effetto serra, risparmio energetico del 20%, e 20% di aumento nel consumo di energie rinnovabili nell’UE.
* 192. Numero dei paesi che sono presenti a Copenaghen. L’ultima conferenza sul riscaldamento globale si è tenuta a Bali nel 2007 e attirò oltre 11mila partecipanti.
* 385 parti per milione. (ppm) L’attuale concentrazione di CO2 nell’atmosfera, superiore del 38% al livello dell’era pre-industriale. L’IPCC raccomanda di ridurne la concentrazione nell’atmosfera a 350 ppm.
* 41 %. E’ la percentuale delle emissioni di CO2 prodotte da Cina e Stati Uniti. Le emissioni di CO2 nel mondo sono generate dalla produzione di elettricità e riscaldamento, i settori più inquinanti.
* 570 milioni di tonnellate. La quantità di emissioni di CO2 proveniente dalla produzione e consumo di energia emesse in Italia nel 2007. L’Italia è uno dei tre paesi più inquinanti, è al terzo posto dopo Cina e Usa.
* 20 %. La percentuale di emissioni di CO2 generate dalla deforestazione. Le foreste tropicali catturano grosse quantità di CO2, ma questa attività è inficiata dal disboscamento di ampie aree convertite in campi agricoli o per la produzione di olio di palma.
* + 0.76°C. Aumento della temperatura media dell’aria registrato in oltre un secolo. I danni già causati da questo aumento sono notevoli la distruzione delle colture e dei terreni, la carenza d’acqua, l’aumento di eventi meteorologici estremi (tempeste e uragani).
* 286 miliardi di tonnellate. Tonnellate di ghiaccio perdute annualmente dalla Groelandia. La perdita di ghiaccio si è accentuata tra il 2006 e il 2009 e l’Artico è entrato in un “nuovo stato” a causa dell’aumento delle temperature.
Tutti si immaginavano che il primo giorno di lavori sarebbe stato meramente introduttivo, in realtà si è entrati subito nel vivo dei lavori. Dice Ecologiae:
Nella giornata di ieri, la prima del vertice, si pensava ci fossero soltanto discorsi introduttivi e l’inizio della spiegazione dei dati scientifici e quant’altro. Ed invece è arrivata subito la prima sorpresa, proprio dai Paesi da cui meno ce l’aspettavamo. Cina, India e Brasile, tre tra i Paesi più inquinanti al mondo e con un tasso di emissioni in crescita continua negli ultimi anni, hanno subito presentato un accordo congiunto con la finalità di instradare il negoziato.
L’accordo prevede che i tre Paesi si impegnano ad operare insieme sui tagli alle emissioni di Co2 durante il vertice dei Copenaghen, per far vedere che se anche loro si impegnano decisamente verso una diminuzione delle emissioni, i Paesi più ricchi devono essere spinti a fare ancora meglio.
[…] Verso la conclusione della giornata di ieri, è stato presentato anche il primo limite, proposto dal Sudafrica, una delle regioni più “scomode” per quanto riguarda la riduzione delle emissioni, in quanto, essendo uno dei Paesi più poveri, si pensava non fosse disponibile a diminuire il suo inquinamento. Ed invece lo Stato di Mandela ha proposto il taglio addirittura del 34% delle emissioni entro il 2020 (superiore a quanto proposto dall’Europa, che aveva indicato il limite al 30%), da portare fino al 42% entro il 2025.
Durante le sessioni del primo giorno la circolazione di una bozza eccessivamente sbilanciata verso fornire vantaggi ai paesi industrializzati ha rischiato di fal saltare i negoziati, come racconta Greenme:
Tensione a Copenaghen dopo la bozza di accordo trapelata ieri sera. Tale bozza, redatta dalla presidenza danese al verice, avrebbe dovuto stabilire che al 2050, i diritti di emissione pro-capite fossero stati doppi per i Paesi industrializzati rispetto a quelli in via di Sviluppo.
Una vera e propria inversione di tendenza rispetto al tentativo di cooperazione e di sostegno delle nazioni sottosviluppate, che costituisce uno dei punti fondamentali di un potenziale accordo tra gli stati del mondo: secondo quanto detto fino ad ora, i Paesi sviluppati, inquinando di più, dovrebbero assumersi un maggiore impegno. Riuniti già da 3 giorni a Copenhagen, i negoziatori stanno cercando di placare gli animi. Yvo de Boer, Alto responsabile dell’Onu sulle questioni del riscaldamento climatico, e la Danimarca hanno sottolineato il fatto che si trattasse solo di un testo informale, volto semplicemente a sondare l’opinione delle parti in causa.
A chiarire l’incidente diplomatico ha contribuito la Cina, uno dei paesi chiavi della conferenza, con la sua proposta. Dice Ecologiae:
A stemperare il clima ci ha provato la Cina, la quale ha teso una mano agli Stati Uniti. Questi due Paesi insieme rappresentano quasi la metà delle emissioni di gas serra a livello mondiale, e dunque si capisce come i fili dell’accordo siano ben saldi nelle loro mani. Rispondendo all’appello dell’Europa, che minacciava di tornare al vecchio obiettivo, quello del taglio del 20% entro il 2020 se Cina e Stati Uniti non avessero fatto la loro parte, Xie Zhenhua, delegato cinese, ha proposto di dimezzare le emissioni del suo Paese entro il 2050 e ha chiesto agli Stati Uniti di aumentare la soglia delle emissioni in patria (che attualmente è al 17% entro il 2020) come punto di partenza di un eventuale accordo.
La Cina intanto chiede ai Paesi ricchi di aumentare le loro riduzioni, mitigando un po’ l’iniziale richiesta del “minimo” 40% entro il 2020 ad un limite che vada dal 25 al 40%, in linea con le richieste europee. Tutto però, come al solito rimane sempre nelle mani degli States. La seconda richiesta che proviene dai Paesi in via di sviluppo è di non limitarsi al finanziamento di 10 miliardi all’anno per affrontare i cambiamenti climatici, ma di “sborsare” di più, anche se questo punto sarà trattato nei prossimi giorni.
Sono soprattutto le nazioni più minacciate dal cambiamento climatico ad essere maggiormente preoccupate dai risultati del vertice. E’ il caso di Tuvalu, di cui scrive Ecoblog:
Tempo fa parlammo di Tuvalu e della questione legata al fatto che gli effetti dei cambiamenti climatici l’avrebbero resa area ad altissimo rischio. In virtù di ciò riportammo notizia di come il governo locale stesse chiedendo asilo ambientale ai Paesi più sviluppati.
A distanza di tempo sembra proprio che gli animi non si siano calmati, tanto che ieri il piccolo Paese del Pacifico (pensate che Tuvalu è costituito da nove piccoli atolli e appena undicimila abitanti) ha richiamato l’attenzione tanto da rendersi necessaria la sospensione della seduta ufficiale del vertice di Copenaghen per diverse ore.
Motivo di tale presa di posizione il fatto che Tuvalu (così come un associazione di altri 42 Stati insulari) avrebbe rimarcato come gli impegni da parte dei Paesi industrializzati e di quelli in via di sviluppo non siano abbastanza ambiziosi.
E l’Italia? Qual’è la posizione dell’Italia in questo dibattito? Leggiamo su Altrimondi:
Gli italiani?
Si sono presentati con una dichiarazione di Frattini e Prestigiacomo (rispettivamente ministri degli Esteri e dell’Ambiente): «L’Italia vuole un accordo politico vincolante: non possiamo accettare intese che siano vincolanti per qualcuno e un optional per altri». Hanno ragione. Il guaio dell’impegno vincolante per tutti è che bisogna mettersi d’accordo poi sulle sanzioni per chi continua a fare di testa sua: in che consistono, chi le decide? Proprio l’Italia sarebbe una da sanzionare: in base alle tabelle di Kyoto deve ridurre le sue emissioni di anidride carbonica del 6,5% entro il 2012. A fine 2008 – in base ai dati diffusi da Legambiente – il nostro tasso di emissioni risulta invece aumentato del 12,1. Potremmo rifarci col 2020, quando ci si chiede di ridurre le emissioni del 13%. Chissà.
Intanto il governo americano ha fatto in questi giorni un passo fondamentale per la riuscita della lotta contro l’inquinamento e i cambiamenti climatici. Racconta Nuovosoldo:
Il governo americano ha ufficialmente riconosciuto la “pericolosità” delle emissioni di Co2 aprendo così la strada a un intervento normativo che potrebbe nei prossimi mesi imporre per la prima volta un tetto alla produzione di gas inquinanti. A dare l’annuncio ufficiale è stata ieri Lisa Jackson, direttrice dell’Environmental Protection Agency, l’agenzia federale che si occupa della protezione dell’ambiente, che in una conferenza stampa a Washington ha spiegato come il 2009 si pone come “l’anno in cui gli Stati Uniti hanno iniziato a fronteggiare la sfida dei gas serra e a cogliere l’opportunità di una riforma sull’energia pulita”.
[…] La mossa è considerata decisiva perché consente a Obama di avere un’arma di riserva nel caso il Senato non approvasse la legge sul clima fortemente voluta dalla Casa Bianca. Il riconoscimento ufficiale consente infatti all’Epa di fissare dei limiti alla produzione di Co2 che potrebbero essere imposti anche in caso di fallimento del dibattito in Congresso, dando così a Obama maggiore potere negoziale al momento delle trattative di Copenaghen.
Ogni paese ha da fronteggiare alcuni problemi specifici che potrebbero minare la capacità delle varie nazioni di prendere delle decisioni davvero fondanti.Riassume alcuni dei punti fondamentali V Per Verità:
Obama è stretto tra pressioni industriali di segno diverso. La vecchia lobby an ti- Kyoto è ancora molto forte e tiene insieme i petrolieri (dall’American Petroleum Institute alla Hulliburton, più multinazionali come Bp America in affari con gli Stati Uniti). Sul fronte anti-Copenaghen si schierano le grandi industrie «energivore», come ConocoPhillips o Koch Industries e nu merose associazioni di categoria, spalleggiate nel Congresso dall’influente deputato repubblicano Joe Barton. Sotto la guida del presi dente Jack N. Gerard ( foto ), American Petro leum Institute, un conglomerato che rappre senta anche le istanze dei principali gruppi pe troliferi e chimici, ha lanciato una campagna con venti incontri pubblici («energy citizen») in altrettanti Stati per rafforzare il consenso a favore dei «negazionisti» (non c’è pericolo di surriscaldamento). Un po’ a sorpresa anche le industrie tecnologiche (da Microsoft ad Ap ple) hanno quanto meno preso le distanze dal piano clima presentato da Obama. Infine lo schieramento ostile al presidente comprende anche i sindacati dell’industria pesante, a co minciare dalla United Steelworkers.
LE FATICHE DELLA MERKEL
L’Unione Europea ha già vissuto la sua Copenaghen in terna, conclusa con la formu la del «tre volte 20». Entro il 2020 i Paesi Ue si impegnano a tagliare mediamente del 20% le emissioni, a ridurre gli sprechi dei consumi per il 20% e a coprire il 20% del fabbisogno con ener gie rinnovabili. Inoltre la Ue appare in grado di rispettare il traguardo assegnatole a Kyoto: -8% di emissioni entro il 2012. In realtà l’Ue è forse la zona del mondo che più delle altre ha bisogno di un risultato nella città danese (per un approfondimento vedere il recente libro di Carlo Corazza, «EcoEuropa», Egea editore). Il discorso tocca soprattutto i governi di Fran cia, Germania e Gran Bretagna che stanno im ponendo una sorta di riconversione forzata ai rispettivi sistemi industriali. Basti solo pensa re a quanto abbia dovuto faticare la cancellie ra tedesca Angela Merkel ( foto ) per fare accet tare alle case tedesche (Volkswagen in testa) la direttiva che impone vincoli ecologici ai co struttori di auto europei. Senza misure più o meno equivalenti a carico dei concorrenti mondiali, questo capitolo collegato al post-Kyoto potrebbe venire rimesso in discussione.
Nonostante le grandi aspettative che circondano l’evento, i risultati di questi dodici giorni di lavoro non sono affatto certi. C’è chi dubita che si arrivi ad un risultato vincolante, tra questi il commissario europeo Josè Barroso. Riporta Periodico Italiano:
A frenare gli entusiasmi poi sono arrivate le dichiarazioni di Josè Barroso: “la firma di un nuovo trattato sul clima non è possibile”. “Pessimista” lo hanno definito molte testate, ma quello che il presidente della Commissione europea ha detto ai microfoni della tv francese Canal+ è qualcosa di già noto a tutti da settimane: “alcuni dei nostri partner non sono preparati per un trattato. Quello che cerchiamo di ottenere adesso è un accordo sulla riduzione delle emissioni dei gas nocivi.”
Niente impegni legalmente vincolanti, insomma, proprio come previsto alla vigilia del summit, ma la costante ricerca di un accordo che faccia contenti tutti.
La conferenza di Copenaghen è appena all’esordio e molte cose possono ancora succedere. Staremo a vedere quali saranno i risultati finali di un evento che segnerà probabilmente le sorti della società umana per il futuro.
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