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Google e la censura

Ancora una volta il colosso di Mountain View è al centro dell’attenzione dei media per il rifiuto di assecondare il governo cinese nel controllo dei siti Internet. Eppure non sempre Big G ha avuto un comportamento chiaro nei confronti della censura

Google e la censura

Nelle ultime settimane Google ha occupato le pagine virtuali di blog e giornali per la sua dura opposizione alle richieste del governo cinese, che vorrebbe che il noto motore di ricerca filtrasse i risultati ottenuti eliminando i siti non graditi al regime. Lo scontro è stato tale che le autorità cinesi sono arrivate a minacciare il gigante americano di oscurare definitivamente il motore di ricerca in Cina.

Ripercorrendo le vicende di Google legate all’argomento censura ci si accorge subito che, se da un lato Google si fa paladina della libertà di espressione, dall’altro spesso “nasconde” risultati di ricerca scomodi, pilotando in qualche modo l’esperienza dei naviganti.

I blogger sono attenti a tutto quanto succede – soprattutto se collegato a figure chiave di Internet come i motori di ricerca – e aiutano a inquadrare la situazione districandosi tra le notizie.

A proposito della vicenda cinese, Il Giornalieri riporta un articolo apparso su Il Fatto Quotidiano:

“Il governo e i media hanno la responsabilità di plasmare l’opinione pubblica”. Non è una frase di Silvio Berlusconi, o di Augusto Minzolini. E’ una frase di Wang Chen il direttore dell’ufficio stampa del Consiglio di Stato cinese, ovvero del governo. Il giorno dopo lo stop di Google al filtraggio dei risultati del suo motore di ricerca in base alle indicazioni della censura governativa, i due contendenti continuano a studiarsi. Il governo cinese ha fatto numerose dichiarazioni. Quella netta sulla necessità di “plasmare” l’opinione pubblica, una più sfumata del ministro degli Esteri Jiang Yu: “Internet è aperto e noi ne incoraggiamo lo sviluppo” ha dichiarato, precisando che le “compagnie straniere sono benvenute se agiscono in accordo con la legge”. Google ha annunciato che è pronto a discutere con il governo cinese “della base sulla quale potremmo gestire un motore di ricerca senza filtri in accordo con la legge”, insomma, per ora non arretra di un millimetro.

[...]

In Cina non esiste una vera blogosfera, e la censura nella vita reale è dura quanto quella online. Perciò non si registrano sostanziali prese di posizione della società civile alla guerra tra il regime e il motore di ricerca. Ma alcuni coraggiosi hanno portato dei mazzi di fiori davanti alla sede Google di Pechino.

Quando Google sbarcò in Cina nel 2006, ricorda Libertiamo, accettò di adattarsi alle severe regole imposte – riservandosi però il diritto di ripensarci in futuro, come è accaduto:

Nel ribadire come la società abbia “lanciato Google.cn nel gennaio 2006 con la convinzione che i benefici di un maggior accesso all’informazione per le persone in Cina ed una Internet più aperta avrebbero prevalso sugli svantaggi dell’accettare la censura su alcuni risultati”, Drummond ricorda come già allora la multinazionale avrebbe sottolineato alle autorità cinesi che l’eventuale aggravio delle reali condizioni operative avrebbe potuto condurre Google a rivedere la sua posizione.

Se Google sventola pubblicamente la sua bandiera contro la censura, i blogger si interrogano sull’effettiva neutralità del motore di ricerca più diffuso al mondo.

Un caso sono le cosiddette “raccomandazioni“, ossia i suggerimenti che compaiono in tempo reale mentre si digita una parola chiave nel campo di ricerca. Alcuni blogger hanno notato che questo sistema non funziona sempre come dovrebbe, come per esempio Italia SW Magazine:

Siete sicuri che Google sia effettivamente per una rete neutrale, dove il motto sia un effettiva trasparenza nelle ricerche ? A quanto sembra la risposta di oggi è NO. L’articolo di NEXTWEB ha offerto lo spunto per effettuare una ricerca online, se effettivamente Google applica una sorta di censura sulle raccomandazioni, offerte in Home Page automaticamente, non appena cerchiamo qualcosa. Era difficile credere a quanto pubblicato da NEXTWEB ma, dopo qualche minuto di test nella versione USA di Google non possiamo che dare ragione. Google non censura alcuna raccomandazione online nelle ricerche, a meno che la ricerca online sia sull’Islam, in tal caso non viene offerto alcun suggerimento.

Google si è difesa più volte da queste accuse di scarsa trasparenza imputando di volta in volta i problemi a “malfunzionamenti del sistema”, come successe nel caso delle foto dell’aggressione al premier Silvio Berlusconi, misteriosamente introvabili nel motore di ricerca Google Immagini, solitamente molto aggiornato, di cui parlò all’epoca dei fatti Big Match:

L’idea è circolata nei giorni scorsi, quando ricercando immagini dell’episodio di Piazza Duomo non se ne trovava traccia su Google Image Search. Subito qualcuno ha pensato al complotto e alla censura, perchè nello stesso momento su Yahoo e Bing, i due motori di ricerca concorrenti, era possibile trovare le immagini cercate.

[...]

La spiegazione della mancanza di immagini è semplicemente tecnica ed è stata riportata in un post sul blog ufficiale di Google Italia:

“Aggiorniamo l’indice delle immagini regolarmente ma questa procedura richiede tempo, pertanto è possibile che immagini già comparse in articoli non siano immediatamente disponibili nei risultati della ricerca immagini su Google.”

L’unico punto interessante della vicenda è proprio questo, ovvero la velocità di indicizzazione delle immagini da parte di Google. Perchè il gigante delle ricerche online, dopo diversi giorni, non ha ancora disponibili le immagini di un fatto di cronaca (e non solo di questo, basta fare una ricerca), mentre proprio qualche giorno fa ha annunciato di essere in grado di indicizzare in tempo reale i contenuti scritti?

E’ pur sempre vero che Google, grazie ai suoi sistemi di indicizzazione, declassa alcune notizie e siti per promuoverne altri. Il dubbio che rimane riguarda proprio i criteri usati per queste scelte. La questione è particolarmente importante nel caso di contenuti offensivi o cruenti; ma chi decide che cosa far passare e che cosa, invece, oscurare? A volte si tratta di segnalazioni di gravi violazioni nella privacy, come il caso analizzato da Ninja Marketing:

Per la cronaca Google si trova sul banco degli imputati per il caso “Vivi Down”, una associazione che tutela le persone disabili che ha denunciato la filiale italiana di Google per non aver rimosso tempestivamente un video di bullismo da YouTube. Il video, messo in rete l’8 settembre del 2006, ritraeva un portatore di handicap vessato dai compagni di scuola in un’istituto di Torino.

I vertici di Google sono accusati dalla procura di Milano per “illecito trattamento dei dati e diffamazione” e il pubblico ministero ha ieri chiesto per loro quattro condanne tra sei mesi e un anno.

La tutela dei diritti fondamentali non può essere calpestata sulla base soltanto del diritto d’impresa” hanno detto i pm nel corso della loro requisitoria. Non si tratta, hanno spiegato “di un problema di libertà, ma di responsabilità”. Secondo i pm, Google avrebbe avuto il dovere di “lanciare un sevizio responsabile, che non può calpestare i diritti fondamentali”. Google, secondo i pm, ha infatti tutto il diritto di fare impresa e di guadagnare, ma “deve farlo in modo responsabile.”

E su questo noi Ninja non possiamo che essere d’accordo. Anche secondo noi la responsabilità sociale dell’impresa è un valore fondamentale. Tuttavia, questo punto di vista legittimo nasconde una questione ancora più importante e universale.

Il caso Google solleva inequivocabilmente una questione chiave:

  • a chi deve essere affidata la responsabilità dei contenuti pubblicati in Rete dagli utenti?
  • deve essere affidata a chi fornisce piattaforme di sharing la responsabilità di censurare i contenuti preventivamente?
  • vogliamo davvero che si crei una specie di “corpo di controllori“ dei contenuti caricati dagli utenti? Qualcuno che decida preventivamente cosa è bene e cosa è male come accade con le milizie del fuoco in Fahrenheit 451?
  • E rispetto a quali principi? Stabiliti da chi?

E’ capitato anche, però, che la richiesta a Google di rimuovere contenuti dai risultati di ricerca venisse effettuata per motivi commerciali, come nel caso scatenato da Rupert Murdoch, riportato da Marco Bardazzi:

Alla ricerca di soluzioni per bloccare quello che vede come un continuo “furto” di notizie dai suoi siti web da parte di Google, il magnate australiano dei media sta mettendo a punto un accordo con Microsoft per una sorta di esclusiva sulle ricerche.

Secondo quanto rivela il Financial Times, che ha dato per primo la notizia, il piano sarebbe quello di rimuovere il Wall Street Journal, il Times di Londra e le altre testate del gruppo di Murdoch dai motori di ricerca di Google, per renderli invece disponibili su Bing, il “search engine” della casa di Redmond.

Al di là della censura governativa, quindi, Google sembra violare il principio della cosiddetta net neutrality. Se anche i blogger non arrivano ad accusare Big G di censura, sono sicuramente dubbiosi riguardo alle linee di condotta a volte poco chiare scelte dall’azienda di Mountain View.

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Post pubblicato da: Giulia Zanchi il 09 febbraio 2010 - 24 posts su Liquida magazine.

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