Nuova modifica alla legge sulla caccia: è scontro

Torna d'attualità la questione della caccia in Italia, per via di una modifica della legge che darebbe alle Regioni discrezionalità totale sul calendario venatorio, mettendo a rischio la sopravvivenza di centinaia di specie e interi ecosistemi

La caccia in Italia è uno di quei temi in cui le posizioni si contrappongono in maniera più radicale: il dibattito tra i favorevoli e i contrari tende a polarizzarsi in maniera netta. La vivacità dei commenti che ancora in questi giorni arrivano al post di marzo 2009 riguardante la proposta di legge sulla caccia di un anno fa ne è un buon esempio.
Questa tensione profonda è anche il risultato del modo in cui la materia della caccia viene trattata nel nostro Paese
: spesso più secondo il criterio della merce di scambio elettorale che secondo un’analisi obiettiva, che tenga conto del contesto ecologico e ambientale.

A un anno di distanza dalla proposta che tanto aveva fatto discutere, una nuova modifica della legge quadro riporta d’attualità l’argomento, le cui conseguenze non hanno a che fare solo con questioni di natura meramente ecologica o etica.

Scrive I colibrì:

È stato votato, nonostante un appello di centinaia di associazioni e la mobilitazione di migliaia e migliaia di cittadini, un articolo della Legge comunitaria che, modificando una delle norme più importanti della Legge sulla caccia (l’art. 18, comma 2), ha cancellato i limiti della stagione venatoria, attualmente compresi tra il 1° settembre ed il 31 gennaio. Alle Regioni è stata così lasciata la facoltà di variare il periodo di caccia come meglio credono. Se questo sciagurato voto del Senato sarà confermato dalla Camera, si potrà quindi aprire la caccia tutto l’anno.

Sono evidenti le conseguenze nefaste sulla fauna, in particolare su quella migratoria. Inoltre aumenteranno il numero di morti e feriti che ogni anno si registrano tra cacciatori che si sparano tra di loro e, peggio, che sparano a contadini, escursionisti, ecc. che hanno la sola colpa di trovarsi tra il loro fucile e le povere “prede”. Consentire la caccia anche nei periodi di massimo afflusso turistico renderà praticamente impossibile farsi una passeggiata in natura senza correre il rischio di vedersi impallinati.
Gli agriturismi subiranno l’ingombrante presenza di soggetti armati che potranno sparare a poche decine di metri da luoghi dove i bambini dovrebbero essere liberi di giocare ed i cacciatori invaderanno i campi coltivati tutto l’anno con conseguenze negative per il settore agricolo.

Lida Firenze sottolinea come questa formulazione preannunci possibili contrasti con la legislazione europea:

Altolà di Bruxelles all’Italia sulla nuova legge della caccia che, se definitivamente approvata, estenderebbe gli attuali limiti della stagione venatoria. La portavoce del commissario europeo all’Ambiente, Stavros Dimas, ha spiegato che, in fatto di regolazione della caccia, “tutte le leggi nazionali devono rispettare la legislazione europea per quanto riguarda le limitazioni” nei periodi di apertura e chiusura dell’attività venatoria, come prevede la direttiva sugli uccelli selvatici.

“La legge europea viene prima; tutte le leggi nazionali devono adeguarsi”, ha detto ancora la portavoce Barbara Helfferich, ricordando anche che “se ci sarà una nuova legge in Italia bisognerà notificarla alla Commissione europea, che l’analizzerà per verificare che rispetti le norme Ue”.

Tuttavia la modifica proposta non ha trovato buona accoglienza neppure all’interno della stessa maggioranza, tanto che sia Stefania Prestigiacomo che Michela Brambilla – il cui ministero si occupa di turismo, ma che è da sempre convitamente animalista – si stanno muovendo per modificare la situazione, come ci dice Ecologiae:

L’emendamento del ministero dell’Ambiente punta a ripristinare l’intesa che era stata raggiunta e che è poi stata disattesa dalla votazione del Senato. In particolare il ministero dell’Ambiente punta ad eliminare la possibilità delle Regioni di definire deroghe al calendario venatorio, specie dei volatili, senza sottostare alla validazione vincolante da parte dell’Istituto per la Ricerca e Protezione Ambientale (Ispra).

A dare supporto alla Prestigiacomo ci pensa anche la Ministra Brambilla, che si dovrebbe occupare di turismo, ma che è in prima linea quando si tratta di diritti degli animali. L’on. Brambilla ha intenzione di presentare un emendamento per ripristinare i limiti di legge sopra descritti, bloccando così definitivamente la deregulation. Va detto che secondo l’Unione Europea anche quei limiti erano troppo larghi, ed è stato chiesto più volte all’Italia di restringerli ulteriormente. Peccato che al Senato abbiano recepito la direttiva in maniera opposta, allargando ancor di più i cordoni.

La Brambilla spiega questa scelta con queste parole:

Non è buona politica incidere su leggi di sistema con emendamenti estemporanei, senza una preventiva ed approfondita discussione nel Governo e nella maggioranza. L’emendamento è già stato inviato al ministero dell’Ambiente e se alla collega Prestigiacomo andrà bene, lo proporremo anche agli altri ministeri competenti affinché venga presentato come emendamento governativo.

Testa di cavolo spiega quali sono i punti maggiormente critici della legge:

In molti hanno notato una scelta lessicale piuttosto complessa nell’emanare il nuovo regolamento, il che sta alla base delle forti divisioni tra i commentatori e le evidenti divergenze di opinione: per qualcuno questa è una legge che cambia in meglio l’attività venatoria, mentre per altri, tra cui il Ministro dell’Ambiente, è una barbarie senza mezzi termini.

Prescindendo dall’anomalia per cui un ministro si dissoci dal suo governo per un provvedimento nella sua più stretta sfera di competenza – cosa che ci fa drammaticamente intuire quanto siano considerate le esigenze ambientali in Italia – , ciò che preoccupa della normativa sulla caccia è che la stagione venatoria, attualmente di 5 mesi da settembre a gennaio, subirebbe un ampliamento sulla base di delibere regionali.

Già oggi, in realtà, le regioni, in materia venatoria, fanno largo uso di deroghe che solo in qualche caso possono ritenersi davvero giustificate da “motivi eccezionali” come recita l’attuale normativa. La nuova legge permetterebbe un’ulteriore libertà in tal senso, sia nei tempi che negli spazi: si potrà andare a caccia più a lungo e in aree che, fino ad oggi, sono state ritenute riserve naturali.

Si è usato il condizionale in quanto sarebbe tutto demandato al buon senso dei governi regionali in materia, qualità, questa, che troppo spesso i politici locali hanno subordinato alle esigenze di voto di scambio: non c’è ragione, ahimé, per ritenere che questo auspicabile raziocinio si sviluppi da un giorno all’altro!!!

Il problema è però anche di diversa natura. Mentre l’Italia apre alla caccia, utilizzando dati sulle popolazioni non in linea con le ricerche dei paesi confinanti (quello sulle beccacce pare sia molto divergente!), l’Europa sta attuando un forte giro di vite alle arti venatorie. Il nostro Paese, sempre in controtendenza, potrebbe essere pesantemente multato dalla Commissione Comunitaria. E chi pagherà le eventuali multe all’Italia per la legge che tanto piace ai cacciatori meno ragionevoli? Tutti i contribuenti italiani, come sempre del resto.

La giraffa sul monte rimarca come le motivazioni che hanno portato a queste modifiche hanno ben poco a che fare con considerazioni sistemiche, e molto a che vedere con le strategie elettorali per le elezioni prossime venture:

La dichiarazione del senatore del Pdl, Valerio Carrara, fa capire quali profonde motivazioni abbiano spinto i nostri onorevoli uomini delle istituzioni ad andare contro tutte le norme di tutela previste dal diritto comunitario, contro il buonsenso e contro la maggioranza degli italiani non cacciatori:  “noi rispondiamo a un milione di cacciatori che con il loro indotto muovono 4 milioni di voti che sono molti di più di quelli che muovete voi, falsi ambientalisti che contate sempre di meno oltre che nelle aule parlamentari anche sul territorio”. Non serve avere il bollino di ambientalista attaccato sulla spalla per capire che andare a caccia tutto l’anno non fa bene alla natura, non fa bene ai proprietari dei terreni che sono obbligati a far entrare i cacciatori nelle loro proprietà, per disposizione di legge (art. 832 codice civile) non fa bene a chi vorrebbe andare per boschi tranquillamente, senza doversi preoccupare se dietro l’albero c’è un uomo con il fucile in mano che esercita il suo diritto di caccia limitando quello altrui di stare in pace.

Fortunatamente, anche all’interno della maggioranza ci sono persone che hanno colto la follia di una tale modifica del calendario venatorio e questo fa sperare in un esito diverso della votazione alla Camera dei Deputati, tra questi, il Ministro dell’ambiente, Stefania Prestigiacomo,  i parlamentari Basilio Catanoso, Gabriella Giammanco, eFiorella Cecacci Rubino, responsabile gruppo diritti animali Pdl,   che ha dichiarato “la scelta dei senatori di votare a favore di una deregulation della caccia va contro i sentimenti più diffusi degli italiani e contro gli interessi di interi settori della nostra economia, come il turismo che sarà fortemente danneggiato da questo provvedimento. In qualità di responsabile gruppo diritti animali Pdl chiederò subito un incontro con i Ministri Ronchi, Prestigiacomo e Brambilla affinchè garantiscano un loro forte sostegno alla modifica di tale provvedimento quando approderà nuovamente nell’Aula di Montecitorio. Non è tollerabile che per gli interessi di una minoranza di cacciatori si debbano sacrificare i sentimenti del 90 per cento degli italiani contrari alla caccia e si debba mettere in serio pericolo l’economia turistica di interi territori.”

Sottobosco ha intervistato Danilo Selvaggi, responsabile relazioni istituzionali della Lipu, per capire meglio le conseguenze di questa legge:

Come mai la legge è cambiata? Prima c’era un equilibrio, magari discutibile, ma c’era: di chi è la responsabilità? Esiste una lobby di cacciatori che fa pressione sul Parlamento?

Sì, c’è sicuramente una lobby di cacciatori che è legata ad una di armieri e di industrie che producono munizioni, attrezzature e tecnologie per la caccia. Le pressioni sulla politica sono a tutti i livelli: locale, regionale e nazionale. E vanno contro un la maggioranza dell’opinione pubblica, contraria alla liberalizzazione della caccia. Abbiamo commissionato un sondaggio, alla Ipsos, da cui risulta che l’86% degli intervistati è contrario all’aumento dei tempi di caccia; che il 90% è contrario alla caccia nelle aree protette. L’equilibrio si sta rompendo e il futuro potrebbe vedere un riacutizzarsi dello scontro tra cacciatori e sostenitori della natura, delle campagne senza fucili.

In che modo la stagionalità della caccia incide sul mantenimento e salvaguardia delle specie?

Per essere sostenibile, non da un punto di vista etico o economico, ma da uno ecologico, la caccia non deve aggiungersi alla mortalità naturale degli animali, non deve incidere su alcune fasi del ciclo di vita degli animali. Trasgredire queste regole può avere conseguenze disastrose.

Lipu Biella e Vercelli spiega come il nostro Paese sia una vera e propria autostrada per imigratori e come una caccia indiscriminata possa mettere a rischio la sopravvivenza stessa di molte specie:

“Qual è dunque, in Italia, la situazione della migrazione pre-riproduttiva? Il Documento Ornis della Commissione europea informa che i movimenti migratori verso il nord Europa interessano l’Italia già a fine dicembre (Germano reale), per poi aumentare notevolmente nel mese di gennaio (Beccaccia, Merlo, Tordo sassello,Tordo bottaccio, varie specie di anatre eccetera) e ancor più nel mese di febbraio, quando la quasi totalità delle specie cacciabili ha avviato la migrazione verso nord. Insomma, gennaio e febbraio sono, per i cieli italiani, delle vere e proprie autostrade migratorie, per le quali è dunque obbligatorio garantire “un regime di protezione completa”.

Come si può allora immaginare – sottolinea la LIPU – che la caccia, già ampiamente critica per il mese di gennaio, possa addirittura estendersi al delicatissimo mese di febbraio?

Si consideri anche, a tal proposito, che la Guida comunitaria all’attività venatoria avverte che, nel caso di scaglionamento delle date di chiusura della stagione di caccia (la cosiddetta caccia per specie e tempi), è indispensabile che siano soddisfatti vari fattori, tra cui quello che la caccia ad una specie non sia di disturbo ad un’altra, e quello che non si confondano, nell’abbattimento, specie che risultano simili.

C’è dunque da chiedersi, per fare solo alcuni esempi, come sia ipotizzabile aprire la caccia a febbraio senza il rischio di confondere tra loro femmine di diverse specie di anatre, oppure senza causare disturbo per tutte le altre specie che vivono in ambienti acquatici.

La risposta è che, semplicemente, non è possibile.

“Il 31 gennaio è insomma, in assoluta evidenza, il mese limite, dal punto di vista tecnico e scientifico, per la stagione di caccia in Italia. Questo sia detto anche per fare chiarezza sulle ripetute mistificazioni e l’uso “a inchiostro” simpatico che un certo mondo venatorio continua a fare della scienza e delle regole, comunitarie e non: citate quando fanno comodo e solo a sprazzi, regolarmente messe nel cassetto quando si tratta invece di applicarle con serietà”.

Antonio Cianciullo su Eco-logica sottolinea come i paragoni con la situazione degli altri Paesi tendono a essere forzosi, vista la profonda diversità del contesto:

Far saltare questi paletti invocando paragoni con quello che succede in altri paesi non tiene conto del fatto che in Italia si caccia sul terreno di tutti, non in tenute in cui si entra a pagamento. La differenza, come ricorda il testo citato, è evidente: «nei paesi anglosassoni la proprietà della selvaggina e il diritto di caccia sono inscindibilmente legati alla proprietà del fondo» e anche in Germania e Austria, dove la legislazione è fortemente decentrata, «la proprietà della selvaggina e il diritto di caccia sono pertinenti alla proprietà del fondo».
Insomma in Europa prevale un’impostazione privatistica della caccia, con costi mediamente molto più elevati di quelli che si sostengono da noi; in Italia per cinque mesi all’anno le doppiette hanno accesso a buona parte del territorio, compreso quello privato non recintato. E’ un equilibrio che già oggi,  secondo i sondaggi, lascia insoddisfatta la maggioranza degli italiani che nutre scarsa simpatia per chi ha bisogno di uccidere per ritrovare l’empatia con la natura. Forzare ulteriormente la situazione porterà, con ogni probabilità, a una lunga stagione di conflitti. Anche con l’Europa.

L’orologiao miope sottolinea come le norme che stabiliscono la quota di prelievo venatorio siano nebulose e ben poco chiare:

Mi diranno i cacciatori, certamente, che il prelievo degli ungulati e’ necessario perche’ non ci sono abbastanza predatori. Vero, non saro’ io a negarlo. Sfortunatamente neanche un ufficio regionale efficiente come quello del Piemonte e’ in grado di fornire dati sui censimenti degli ungulati, o le tecniche di censimento, in modo da stabilire scientificamente la quota del prelievo venatorio. Ci sono troppi cinghiali e vanno abbattuti. D’accordissimo. Ma quant’e’”troppi”? Com’e’ che quando bisogna proteggere le specie a rischio bisogna portare dati alla seconda decimale, e quando bisogna fare gli abbattimenti si portano i dati MCMC (che non sta per “Markov Chain Monte Carlo methods”, ma per “Mezz’alla Cazzo e Mezz’a Capocchia”)? E non mi pare che il prelievo dei germani reali, o dei chiurli, o delle lepri, sia altrettanto necessario, quindi questi come si giustificano, visto che le associazioni venatorie pretendono di essere quelle che controllano e regolano gli ecosistemi?

Si aprono scenari preoccupanti, per cui le norme relative al possesso di armi da caccia possono semplificare l’accesso alle armi anche per scopi criminali. Riporta 100ambiente:

Quanti fucili si possono detenere con la licenza di caccia secondo l’attuale legge? È incredibile a dirsi, ma si può detenere un numero illimitato di fucili da caccia e fino a 1000 cartucce. Una tale diffusione di armi genera preoccupazioni tanto più in regioni ad alta intensità mafiosa, camorristica o di ‘ndrangheta.

“Lungi dal dire che i cacciatori siano criminali, è certamente indubbio che ben al di là della loro volontà, le norme sulla licenza di caccia hanno consentito la diffusione di veri e propri piccoli arsenali, anche in ambiti territoriali dove la detenzione ed il trasporto delle armi dovrebbero essere fortemente contrastati, non fosse che per motivi precauzionali.”

“Come si vede la “questione caccia” va oltre la semplice attività venatoria conclude Gaetano Benedetto, condirettore del WWF Italia e non coinvolge solo questioni economiche e affari, ma apre scenari inquietanti e ignoti”.

Mondoeco ricorda come ogni anno alla fine della stagione di caccia il conto delle vittime comprenda anche un numero tragicamente alto di esseri umani e non solo di prede abbattute:

In totale ”le vittime per armi da caccia della stagione venatoria” appena conclusasi – nei 5 mesi che vanno dal primo settembre al 31 gennaio – sono ”117: 30 i morti e 87 i feriti”. A riferirlo il presidente dell’Associazione vittime della caccia Daniela Casprini, nel corso della presentazione di un dossier a Palazzo Madama. Il dossier, dice Casprini, conta il numero delle vittime, feriti e morti, da ”armi da caccia sulla base dei dati raccolti dalle rassegne stampa, che sono dati per difetto dal momento che non tutto arriva in questura e non tutto ai giornali”.

UN BOLLETTINO DI GUERRA
Il dossier, spiega il presidente dell’Associazione, opera una suddivisione ”tra l’ambito venatorio e quello extra-venatorio: in ambito venatorio i feriti sono 72 e 23 i morti, in ambito extra-venatorio i feriti sono 15 e i morti 7”. All’interno dell’ambito venatorio, si legge nel dossier, tra i cacciatori si contano 54 feriti e 22 morti mentre tra la gente comune ci sono 18 feriti e un morto. Fuori dal contesto venatorio, tra i cacciatori si registrano 3 feriti e un morto mentre tra la gente comune 12 feriti e 6 morti.

La questione è decisamente aperta, le associazioni ambientaliste dichiarano che non abbasseranno l’attenzione sul tema e gli sviluppi a questo punto possono prendere qualunque direzione. Saranno i mesi a venire a dirci come evolverà il panorama italiano su un tema così delicato.

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Danilo Selvaggi, responsabile relazioni istituzionali della Lipu

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