Gasolio nel fiume Lambro, catastrofe ambientale dai contorni oscuri
Lo sversamento di petrolio del 23 febbraio è solo l’ultimo atto di una lunga storia di abusi: tra le ipotesi che si accavallano la speculazione edilizia, ecomafie e reati ambientali. Quel che sembra certo è che non sia stato un incidente
Ci sono luoghi in Italia che sono diventati quasi sinonimo del costo che l’idea di uno sviluppo economico basato sull’industrializzazione indiscriminata ha avuto su moltissime aree della penisola; uno “sviluppo” privo di remore riguardo le conseguenze – a breve e a lungo termine – di modifiche così radicali dell’ambiente. Il fiume Lambro è uno di quei luoghi.
Dal dopoguerra in poi le zone intorno al fiume hanno subito danni sempre più ingenti: nel fiume confluivano gli scarichi fognari di buona parte dell’hinterland milanese e gli sversamenti di tutte le industrie della zona, e sino a qualche decennio fa in nessuno dei due casi era previsto alcun tipo di depurazione.
Poi negli ultimi decenni, grazie a una serie di sforzi continui e sistematici, l’ecosistema del fiume stava cominciando a riprendersi, erano ricomparsi pesci e uccelli. Sino a qualche giorno fa.
Le conseguenze del gasolio che ha invaso il fiume Lambro hanno azzerato qualunque progresso fatto negli ultimi vent’anni distruggendo l’intero ecosistema fluviale, e hanno posto una seria minaccia alla salute delle persone, delle coltivazioni e degli allevamenti di tutte le aree limitrofe, senza considerare le ripercussioni sul fiume Po e sul mare Adriatico, in cui si gettano le acque del Lambro.
Ricostruiamo attraverso le notizie circolate in questi giorni cosa è successo. Scrive Ecoblog il 23 febbraio:
Il gasolio ha iniziato a fuoriuscire ieri alle 4 del mattino. Secondo i primi rilievi fatti dalla Polizia Provinciale allertati 3 ore e mezza dopo, cioè alle 7,30, dai tecnici del depuratore di Monza che avevano notato il gasolio esondare dai condotti fognari. I tecnici hanno capito subito che il gasolio arrivava dalla ex raffineria Lombarda petroli di Villasanta. Riferisce Peter 85 per Youreporter:
secondo una prima ricostruzione, i dipendenti però non li hanno lasciati entrare dicendo che stavano provvedendo ad arginare la perdita e hanno mantenuto lo stesso atteggiamento fino all’arrivo dei carabinieri e poi dei vigili del fuoco e delle altre forze dell’ordine interessate dalla natura del disastro: polizia provinciale, Corpo forestale dello Stato e Guardia di Finanza. Nel frattempo la marea nera aveva invaso il depuratore di Monza e si era riversata nel fiume Lambro.
Prosegue Milano 2.0:
Quando parte la prima chiamata alle 8.30 nelle fogne di Monza sono già colati almeno 4mila metri cubi di carburante . Alle 10.30 a San Rocco intervengono i vigili del fuoco. Alle 11 vengono avvertiti i Comuni del lodigiano. Alle 12 Arpa informa di avere sigillato le sette cisterne di carburante manomesse a Villasanta. Dall’apertura alle 3.30 passano ore ed ore.
Il primo punto da chiarire riguarda la quantità di olio combustibile presente nelle cisterne come riporta il Corriere: la Lombarda Petroli aveva autocertificato meno di 5 milioni, ma ce n’era molto di più.
Politicambiente commenta il comportamento tenuto dalla Lombarda Petroli:
Alcuni recenti fatti clamorosi, pur nella loro diversità, mostrano in maniera sempre più evidente l’assenza totale dei controlli in campo ambientale, la mancanza generale di una visione del futuro e la deriva etica della maggior parte degli industriali. [...]
L’azienda all’inizio ha opposto resistenza all’accertamento dei fatti, cosa che ha ritardato i primi interventi. Le responsabilità sono ancora da accertare ma è chiaro che sono state mani esperte quelle che hanno aperto le valvole. La macchia nera e oleosa, lunga chilometri, ha attraversato i comuni a sud di Monza per poi devastare il Parco Lambro di Milano, dove pesci, anatre e germani reali sono morti o sono stati ripescati ricoperti di bitume. E’ infine arrivata fino al Po.
Un anno fa la Lombarda Petroli aveva fatto domanda per uscire dall’elenco delle aziende a rischio soggette alla normativa Seveso, che vincola a particolari norme di manutenzione e sicurezza. Ma per far questo aveva dovuto dichiarare che il materiale stoccato non era superiore ai 2.500 metri cubi. Così non sembra, visto che gli idrocarburi sversati ammonterebbero, secondo la Protezione Civile regionale, a 5mila-7mila metri cubi. Se così fosse vuol dire anche che nessuna autorità competente si è recata nell’azienda per verificare.
Movimento Impatto Zero ricorda come il Lambro già prima dell’evento avesse alle spalle una storia già abbastanza travagliata:
Il fiume Lambro a nord di Milano ha sempre attraversato una triste storia di inquinamento, principalmente da quando fin dagli anni 50 ha visto sui suoi argini un tale proliferare di industrie insalubri (specialmente petrolchimici) da azzerare quasi completamente ogni forma di vita autoctona. Fino a poco tempo fa era infatti già classificato come “altamente inquinato”, eufemismo per dire fiume morto. [...]
Nel suo percorso il Lambro raccoglie gli scarichi delle acque nere (reflui civili) di quasi tutti i comuni del suo corso superiore. Nel fiume vengono scaricati anche reflui tossici (reflui industriali da: industrie tessili, fibre sintetiche, metallurgiche, meccaniche stamperie, plastiche, colorifici, lavanderie industriali, oltre a minute attività artigianali) aggiungendo così altro inquinamento di tipo chimico a quello biologico e batterico prodotto dagli scarichi fognari.
Il fiume era già al limite del collasso ecologico; la vita microbiologica del fiume, cioè quel tipo di organismi che favoriscono il degradare della sostanza organica (provenienti dagli scarichi civili), è alterata al punto tale da non essere più in grado di assolvere a nessuna funzione autodepurativa. Tutto pesa sulle spalle dell’impianto di Monza S. Rocco, certamente insufficiente.
Piccoli Comuni commenta come la vicenda sia paradigmatica per l’assenza di controlli, dispositivi di sicurezza e velocità nell’attivare delle misure di emergenza:
Ma quello che appare nella sua sconcertante evidenza, fin d’ora, è la totale mancanza di dispositivi di sicurezza e l’inadeguatezza della reazione da parte delle istituzioni: se la colata è potuta durare per ore, è perchè nessun sistema di allarme si è attivato. Come ciò sia stato possibile in un sito industriale che accoglie migliaia di tonnellate di combustibili, è un mistero. Lombarda Petroli è una delle 287 industrie lombarde classificate ‘a rischio di incidente rilevante’, come tale obbligata a possedere e notificare un piano di emergenza. Per meglio dire: era una industria a rischio, in quanto esattamente un anno fa essa ha dichiarato di non detenere più gli ingenti quantitativi di idrocarburi da cui deriva la condizione di rischio. Gli interrogativi su cui dovrà indagare la magistratura sono relativi alla veridicità della dichiarazione e, soprattutto, all’assenza di controlli, in primo luogo da parte di Regione Lombardia. Le vicende successive allo sversamento hanno poi messo in luce un incredibile livello di approssimazione e intempestività degli interventi, a fronte di un disastro che avrebbe dovuto richiedere l’immediata attivazione della protezione civile nazionale, non solo per dichiarare uno stato di emergenza ma anche, e soprattutto, per l’efficace coordinamento degli interventi: proprio la palpabile assenza di regia ha fatto sì che un grave atto di sabotaggio si trasformasse in catastrofe. Ma evidentemente la protezione civile e i poteri speciali, invocati per l’organizzazione di grandi eventi come Expo 2015, vengono invece tenuti alla porta quando si tratta di mettere in atto immediate azioni di contenimento di un danno grave per il più grande bacino fluviale italiano.
Su tutta la vicenda si allunga l’ombra della speculazione edilizia e degli appalti, come riassume Altri Mondi:
L’anno scorso (15 aprile 2009) venne anche approvato il progetto per la costruzione di Ecocity, 171 mila metri quadri di villette, uffici e centri commerciali immersi in un parco di 80 mila metri. Costruttori: i tre fratelli Addamiano, provenienti da Cerignola, in provincia di Foggia. L’attentato ecologico è stato un avvertimento malavitoso diretto a loro? A Buccinasco c’è la ‘ ndrangheta e a Desio pure. O si voleva avvertire, per qualche ragione che non conosciamo, Giuseppe Tagliabue, titolare della Lombarda e proprietario dei terreni su cui sorgono le cisterne? Ieri erano spariti tutti e quattro. Si può ragionare anche sulla convenienza, per qualcuno, che la zona diventi sito d’emergenza. Questo significa in ogni caso finanziamenti, attraverso la Protezione civile.
Nel frattempo la massa di petrolio ha attraversato il fiume Po, con tutte le conseguenze del caso. Scrive Dillinger:
Dal Lambro al Po in meno di due giorni. Questo il percorso a tappe dei dieci milioni di gasolio sversati dall’ex raffineria “Lombarda Petroli” di Villasanta (MB) nel fiume Lambro all’alba di martedì 23 c.m.
Gli inquirenti ribadiscono l’origine dolosa dell’incidente e il ministro dell’Ambiente dirama una nota nella quale afferma che lo stesso ministero si costituirà parte civile contro i responsabili dell’atto criminale (una volta individuati).
La macchia nera ha oltrepassato anche la barriera di galleggianti costruita nel territorio di Sant’Angelo Lodigiano. Gli sbarramenti non hanno raggiunto il fondo del fiume perché la forza dell’acqua li ha sollevati.
Il lavoro di Vigili del Fuoco, Pontieri, Protezione Civile e Arpa non sta arrestando l’avanzare del liquame verso la foce del Po. Una parte degli idrocarburi è rimasta bloccata fino ad ora soltanto alla diga di San Zenone al Lambro, uno sbarramento risalente agli anni ’30 per far confluire le acque del fiume che attraversa la Brianza nella centrale idroelettrica della Enel Green Power.
Ma quali sono state, e quali saranno, le conseguenze di un evento simile? Daring to do riporta la risposta del CNR:
Cosa è accaduto all’ecosistema del fiume Lambro in seguito al disastroso sversamento di gasolio nelle sue acque? Una risposta scientifica arriva dall’IRSA-CNR (Istituto di ricerca sulle acque del Consiglio nazionale delle ricerche) di Brugherio in una nota che delinea un quadro dalle tinte fosche.
Il Fiume Lambro rappresenta da decenni una delle principali sorgenti di inquinamento antropico lungo il corso del Fiume Po, tanto per cominciare. Gli studi condotti dall’Istituto di ricerca del Cnr fin dalla metà degli anni settanta hanno infatti quantificato il fenomeno fissando per il Lambro in circa il 30 per cento il contributo al carico totale di inquinanti che viene veicolato dal Po nel Mare Adriatico. La pressione urbana, industriale ed agricola di uno dei territori più sviluppati dell’Europa sono la causa dello stato di degrado elevato delle acque, anche se negli ultimi due decenni è cresciuta l’attenzione degli Enti gestori sull’inquinamento del fiume, ed infatti i vari depuratori collocati a ridosso del capoluogo lombardo dalla metà degli anni ’80 “ hanno contribuito a determinare un recupero significativo delle acque del Fiume Lambro, con presenza di fauna ittica, miglioramento della biodiversità dellafauna bentonica e ad un aspetto visivo più accettabile delle acque”.
[…] Se è difficile, in questo momento in cui l’emergenza è ancora in atto, identificare tutte le differenti e possibili conseguenze ambientali, perché ciò richiederebbe una definizione della reale distribuzione dell’onda di idrocarburi lungo il corso del Po, che non è ancora disponibile, vi è comunque un aspetto che richiede attenzione perché sarà un impatto inevitabile per il Mare Adriatico, l’ecosistema recettore finale. L’interruzione per alcune settimane della operatività dell’impianto ALSI di San Rocco determinerà, infatti, lo sversamento non depurato dei reflui urbani di circa settecentomila abitanti, con la formazione di un carico in eccesso di nutrienti che giungeranno alla foce del Fiume Po in un momento, l’inizio della primavera, durante il quale si hanno le prime fioriture algali, generalmente diatomee, che danno inizio ai naturali cicli stagionali. Esiste quindi una certa possibilità che si possano verificare situazioni di fioriture al di fuori della norma, con conseguenze anche sull’ecosistema marino prospiciente la foce del Po”. Ricordate le mucillagini di qualche anno fa?
Continua Periodico Italiano:
La situazione è solo in parte alleviata dalle portate del fiume di queste settimane, dovute alla elevata piovosità che caratterizza questo inverno. Le precipitazioni, dice il ricercatore dell’Irsa “possono determinare però solo la mobilizzazione degli oli pesanti eventualmente depositatisi sul fondo”. Quelli più leggeri, invece, “vengono dispersi incrementando i problemi alle biocenosi acquatiche sensibili alla tossicità degli idrocarburi policiclici aromatici, degli idrocarburi alifatici e degli altri inquinanti più o meno solubili largamente presenti nei prodotti petroliferi riversati nel Lambro”. La condizione idrologica attuale del Po può quindi favorire l’attenuazione del fenomeno acuto, ma non risolve il problema dell’impatto a lungo termine sull’ecosistema. L’accumulo di idrocarburi nei sedimenti, infatti, rappresenta una sorgente di esposizione a sostanze tossiche per un periodo molto lungo.
Come sottolineano dall’Irsa-Cnr, le conseguenze di un atto criminale come quello avvenuto nella provincia di Monza e Brianza, cioè “in posizione centro-occidentale del bacino idrografico del Po, avrà conseguenze complessive su tutto l’ecosistema sulla cui portata c’è ancora molto da capire”. Ribadiscono però i ricercatori come si possano invece fin da ora considerare le conseguenze a livello sociale, in quanto “rovesciare intenzionalmente una quantità di petrolio così elevata più che un reato è una tragedia culturale difficilmente sanabile”.
L’ecosistema del fiume è stato completamente distrutto dalla marea oleosa. Racconta 100ambiente:
Le prime a essere direttamente colpite sono le specie acquatiche, pesci, anatre selvatiche, le colonie di aironi che proprio in questi giorni hanno iniziato a nidificare sulle sponde del Po. Sono decine gli animali ripescati senza vita.
In allerta il Centro di Recupero Animali Selvatici WWF di Vanzago, dove già ieri sono stati portati i primi germani reali interamente coperti di gasolio che verranno curati dai veterinari del centro. Purtroppo i danni di questo sversamento si ripercuoteranno su tutta la catena alimentare, con conseguenze che dureranno nel tempo, e si registrano già gravissime conseguenze sul settore agricolo che gravita intorno al sistema fluviale.
Il Lambro è uno dei fiumi più inquinati d’Italia e continua a portare un contributo di veleni insopportabile per il Po. E’ dagli anni 70 che il Lambro è oggetto di “cure”, con investimenti pari a circa 5.000 miliardi di vecchie lire per il suo risanamento. Nel 1988 era stato istituito un Piano straordinario di bonifica “Lambro-Seveso-Olona” per riqualificare i tre fiumi più importanti e più degradati dell’area milanese, ma il piano non è mai stato realizzato.
Lo stesso piano di tutela delle acque regionale ha rinunciato esplicitamente alla possibilità di un serio recupero del fiume, affermando che sarebbe comunque impossibile entro il 2015 raggiungere il “buono stato ecologico” richiesto dall’Europa con la Direttiva quadro acque, 2000/60/CE. Dopo la dichiarazione di “morte biologica” del Lambro, l’entrata in funzione dei 3 depuratori milanesi ha ridato al fiume una seppur minima vitalità, ma questo non basta certo per salvare la situazione.
Un’ampia azione di recupero ambientale – che preveda tra l’altro il ripristino della vegetazione e delle zone di esondazione del fiume, impianti di depurazione e controlli regolari sui numerosissimi scarichi lungo l’asta del fiume, tenendo in serio conto ogni potenziale fattore di rischio e fonte di inquinamento – consentirebbe dimigliorare la qualità delle acque, di mantenere vitale un ecosistema fluviale fondamentale per le attività umane e non ultimo per ridurre il rischio idraulico conseguente alle frequenti alluvioni che colpiscono la zona sud di Milano.
Le associazione ambientaliste si sono attivate per i soccorsi, anche nella zona del Po in cui molte specie avevano già cominciato a nidificare. Ci spiega Mondoeco:
Una pastiglia di carbone attivo da somministrare subito agli animali per far loro smaltire la tossicità degli idrocarburi, una confezione di olio di vasellina per pulire le zone glabre come zampe, becco, occhi e orecchie, garze e un paio di guanti di lattice. E’ il contenuto del kit di pulizia e di primosoccorso dei volatili che la Lipu di Reggio Emilia sta distribuendo da settimana scorsa ai centri di coordinamento degli operatori che sono a lavoro per fronteggiare l’emergenza inquinamento del Po, dopo l’arrivo dell’onda nera proveniente dal Lambro.
[…] I DANNI DEL PETROLIO
“La situazione è grave – prosegue Lombardo – anche perchè l’onda nera è giunta molto in anticipo. La macchia è lunga almeno 100 chilometri e ci vorranno giorni prima che passi, aumentando così il rischio per gli animali acquatici tra cui ci sono Aironi, Geramani Reali, Gallinelle d’acqua, ma anche il Tarabuso che è un uccello protetto, molto raro, che vive nei cannetti“. Lombardo parla invece di “moria incontenibile” per i pesci, per il quali il soccorso è quasi impossibile.
Legambiente e il WWF commentano in maniera estremamente negativa la gestione dell’emergenza, come riporta Greenme:
“Questa emergenza è stata gestita con incredibili ritardi sia da parte del Governo che delle tre regioni coinvolte con sottovalutazioni e insufficienza di persone e mezzi. Manca soprattutto una cabina di regia unitaria ed efficace, ma è ancora possibile intervenire per limitare i danni prima che il petrolio raggiunga il Delta e l’Adriatico – dichiara Vittorio Cogliati Dezza, presidente nazionale di Legambiente -. E’ necessario che il Governo nomini un commissario capace di gestire l’emergenza, mettendo in campo le competenze della Protezione Civile nazionale e delle aziende che operano nel settore con i mezzi per intervenire tempestivamente”.
[…] Affrontata con decisione e sperabilmente risolta al più presto questa emergenza – tuona Leoni del WWF – gli amministratori pubblici e tutti gli organi di controllo e prevenzione dovranno compiere un’impietosa analisi di quanto successo: della mancata prevenzione, di un sistema di controlli che, nonostante la delicatezza dell’area interessata, non ha funzionato a dovere; di un sistema di allerta e pronto intervento trovatosi non equipaggiato a dovere per affrontare una simile urgenza. Nel 2010, il WWF coltiva ancora la speranza che questa sia veramente l’ultimo caso di una simile emergenza ambientale. E speriamo di tornare immediatamente con i piedi per terra nella gestione e nel monitoraggio dei nostri territori, evitando di usare l’emergenza per riproporre soluzioni fantasiose per la gestione dei nostri corsi d’acqua. Bisogna, in definitiva, tornare ai “fondamentali”, immaginandoci, per un attimo, che in queste stesse condizioni (o anche peggiori) ed in simili o ancor più delicati ambienti si sta ancora sognando di riproporre l’insediamento dei nuovi impianti nucleari…”
Nonostante l’enormità del fatto, le conseguenze a livello penale di quanto accaduto saranno a dir poco risibili. Spiega Tuttisostenibili
“Inutile annunciare pene esemplari per i responsabili. In Italia i delitti ambientali sono esclusi dal Codice Penale” “I responsabili del disastro che ha colpito il Lambro e che sta minacciando l’ecosistema del Po, oltre alle attività economiche locali e la sicurezza dei cittadini, meriterebbero pene esemplari. Peccato che, ad oggi, nel Codice Penale non compaiano i delitti contro l’ambiente. Chi si rende responsabile di danni enormi e difficilmente recuperabili a scapito della flora e della fauna nonché dell’ecosistema complessivo, al massimo rischia un’ammenda”.
Oltretutto è proprio di questi giorni una modifica che rende questo tipo di reati passibili solo di un’ammenda, senza pene detentive. Una concomitanza di tempi inquietante, come fa notare Petrolio:
Il governo nel giorno 2 Febbraio (poco più di 20 giorni fa, quindi) ha approvato una norma che prevede appena una multa per chi sversa sostanze inquinanti nei fiumi.
Il 2 febbraio scorso, infatti, è stata licenziata una modifica al codice ambientale (la legge delega voluta dal precedente governo Berlusconi, la 152 del 2006) che indebolisce le sanzioni. (…) La norma prevede infatti che può essere perseguito penalmente solo chi scarica inquinanti ad altissima tossicità, come mercurio, cadmio e gli stessi idrocarburi “oltre i valori limite” consentiti dalla legge. Gli altri – quelli sotto i valori limite dei veleni- se la cavano con una multa che va da 3.000 a 30.000 euro, così come quelli che scaricano sostanze meno tossiche anche se inquinanti.
[...] A voler essere un po’ maliziosi, c’è da pensare che abbiano approfittato della depenalizzazione; a voler essere di molto maliziosi, che la depenalizzazione sia stata implementata proprio perdare una mano a chi doveva risolvere certi noiosi problemucci.
Intanto la ministra Prestigiacomo smentisce indignata, ma non si vede come si possa smentire l’esistenza di una norma. Semmai si può discuterne le sfumature, ed è quello che fa GreenReport, per gli appassionati di codicilli.
E proprio la depenalizzazione di simili reati sembra solo dare la stura a disastri sempre più incontrollati, come fa notare Blogeko:
Visto che il Po è già inquinato per il gasolio proveniente dal Lambro, ignoti ci hanno buttato dentro anche altre porcherie. Dicloroetano, per la precisione. Per questo alcuni acquedotti sono stati chiusi.
[...] Una recentissima leggina piccola piccola, su cui si sono accesi i riflettori solo a gasolio avvenuto. E allora dacci di dicloroetano. E chissà di cosa altro ci daranno in futuro.
Chi sulle rive del fiume c’è stato racconta così quello che ha visto, come Blog Trotter:
“A piè del colle scorre il Lambro, limpidissimo fiume e benché piccolo…”, scriveva Petrarca nel 1353. Oggi, invece, il Lambro è nero e torbido: nella città del fare, la Milano un tempo da bere e oggi da sputare, scorrono infatti copiose le acque appena avvelenate del Lambro – petrolio e gasolio in quantità apocalittiche che qualcuno ha versato stanotte dai serbatoi di una lumbardissima società che si chiama, guarda caso, Lombarda Petroli di Villasanta.
Non vi dico il puzzo: come stare accanto ad una pompa di benzina lunga decina di chilometri. Le esalazioni ti aggrediscono la gola, ti fanno venire il mal di testa: mi è bastata una mezz’ora al Parco Lambro per “assaggiare” la miscela lambrificata.
Commenta amaramente El Eternauta:
Il fiume Lambro e con lui l’Olona ed il Seveso, da quattro decadi stanno pagando il prezzo più alto dell’industrializzazione lombarda: oserei dire che sono il rovescio della medaglia della nostra prosperità.
Fin da bambino, quando mio padre mi portava a passeggiare nello splendido Parco di Monza, veniva preso da un misto di rabbia e malinconia ogni volta che si arrivava vicino alle rive del fiume. Mio padre non è mai stato un ecologista duro e puro, ma davanti allo scempio del fiume ed all’olezzo che ci colpiva già a qualche centinaio di metri di distanza non poteva fare a meno di arrabbiarsi. E la sua rabbia era anche alimentata da un ricordo della sua infanzia, dal ricordo degli ambulanti che vendevano i gamberi di fiume gridando pescàa adess in del Lamber.
Oggi, di sicuro, gamberi di fiume nel mefitico corso d’acqua non ce ne sono più
Eldas ricorda come dal dopoguerra ad oggi la storia del Lambro sia stata una lunga storia di abusi ambientali:
Quarant’anni fa, quando passavo accanto al fiume Lambro che scorre poco distante da qui, scommettevo con me stessa sul colore che poteva avere in quel momento l’ acqua del fiume : a volte era blu, altri giorni era rossastra, altre volte ancora marrone …. dipendeva da quali coloranti le fabbriche tessili dei dintorni avevano utilizzato in quel giorno.
Saranno le indagini ad attribuire – si spera – le responsabilità e a punire i colpevoli. Ma quale che sia l’esito della giustizia, non potrà comunque porre rimedio ad un disastro che è tra i peggiori della storia dell’Italia, con le cui conseguenze dovremo convivere per molto tempo a venire.
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