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Dopo il disastro BP cresce la preoccupazione per le trivellazioni nel Mediterraneo

L’incidente della Deepwater Horizon ha portato l’attenzione sulle trivellazioni petrolifere nel bacino del Mediterraneo, rivelando scenari non del tutto rassicuranti

Dopo il disastro BP cresce la preoccupazione per le trivellazioni nel Mediterraneo

Mentre il disastro nel Golfo del Messico della piattaforma British Petroleum Deepwater Horizon non accenna a trovare risoluzione, in molti Paesi le associazioni ambientaliste si sono preoccupate di quale sia il livello di sicurezza delle trivellazioni petrolifere locali.

In Italia e nei Paesi che si affacciano sul Mediterraneo è emersa una situazione non del tutto chiara: decine di trivellazioni attive e un alto numero di permessi per sondaggi futuri già rilasciati.

Ma se nelle acque aperte dell’Oceano Atlantico il disastro sta causando danni ambientali enormi e non ancora quantificabili, cosa potrebbe succede in un mare chiuso come il Mediterraneo?

A lanciare l’allarme le organizzazioni ambientaliste, che hanno colto il momento di attenzione sul tema da parte del pubblico per sollevare l’attezione anche sulla situazione nei nostri mari. Scrive Niente Barriere:

Nei giorni scorsi alcune Organizzazioni Ambientali come Greenpeace, i Verdi e Marevivo hanno lanciato l’allarme su una possibile futura “marea nera” nelle acque del Mediterraneo, che potrebbe portare ad un disastro ambientale catastrofico, per intenderci, come quella che sta interessando le coste della Luisiana.

Le continue concessioni date a Società dedite alla ricerca ed all’estrazione del petrolio, secondo questi enti ambientalistici, stà già modificando e di molto il fragile ecosistema marino del Mediterraneo, specie nell’Adriatico

Come ricorda Petrolio, già Enzo Maiorca nelle scorse settimane aveva chiesto maggiore attenzione per il nostro mare:

A proposito di marea nera , oggi si parla molto di che cosa accadrebbe se succedesse “qui da noi”. Ovvero, se un disastro ecologico di quella portata capitasse nel Mediterraneo, un mare chiuso su cui si affacciano decine di Paesi.

[…] L’ormai anziano Enzo Maiorca lancia l’allarme: anche senza marea nera la situazione è già grigia, il Mediterraneo è con un piede nella fossa. E ci ricorda che il mare non conosce barriere.

Si parla, fortunatamente ma non si sa con quanta fortuna, di una moratoria per le ricerche offshore nel Mediterraneo, prima che un disastro analogo ci costringa tutti ad emigrare in Africa Nera.

L’alto e basso Adriatico e lo Ionio i mari più interessati dalle trivellazioni. Leggiamo su Blogeko:

Via libera alla ricerca di petrolio nel Golfo di Taranto. La decisione del ministero per lo Sviluppo Economico non poteva essere più tempestiva: nel Golfo del Messico non sanno come fermare la marea nera che sta abbattendosi sulle coste della Louisiana. Il petrolio continua da molti giorni a zampillare dal fondo del mare, a 1.500 metri di profondità, in seguito all’incendio della piattaforma BP

L’estrazione del petrolio ha pesantissime ricadute ambientali anche quando tutto fila liscio: e figuriamoci se capitasse un incidente nel Mediterraneo, un catino più che un mare.

L’Ufficio minerario idrocarburi geotermia del ministero dello Sviluppo economico ha dato il permesso alla Shell Italia di cercare idrocarburi in un’area di 1.356 chilometri quadrati tra le coste di Puglia e Calabria.

[…] Il ministro dell’Ambiente Prestigiacomo va dicendo che non bisogna aver paura dei sondaggi – tipo quelli per cui il suo ministero ha appena dato il vialibera alle Tremiti - dal momento che non si tratta di vere e proprie trivellazioni petrolifere.

Trovo che sia un modo veramente curioso di tranquillizzare. Se si appurerà che i giacimenti esistono, chi andrà a dire di lasciarli stare alle società petrolifere che hanno speso fior di quattrini per accertarne la presenza?

Ma anche la Sicilia è un’area in cui la presenza di poli petrolchimici è molto alta, e di conseguenza Sicilia blog si domanda che misure di sicurezza siano state messe in atto:

A parte la presenza dei tre grossi poli industriali petrolchimici di Milazzo, Gela e Siracusa, non va dimenticata la presenza di alcune piattaforme proprio al largo di Gela e la paventata trivellazione di pozzi petroliferi nella Val di Noto.

Lungi da noi l’idea che il disastro ambientale possa essere imminente e/o dietro l’angolo, ma la percezione del rischio tra la popolazione è altissima e cresce proporzionalmente al susseguirsi delle gravi notizie che arrivano dal Golfo del Messico.

Qualsiasi incidente alla Raffineria di Milazzo troverebbe sicuramente impreparati i cittadini per la mancanza del piano d’emergenza esterno al grosso polo petrolchimico industriale dell’area Asi del Tirreno e troverebbe impreparate le stesse istituzioni locali.

Le conseguenze di un incidente (traffico navale, incidente agli impianti, etc.) potrebbero eguagliare o superare quelli del disastro Exxon Valdez del 1989 in Alaska e quest’ultimo della piattaforma del Golfo del Messico.

A pagare il prezzo di un drammatico incidente potrebbero essere tutte le forme di economia legate al mare, dal turismo alla pesca, con la irrimediabile compromissione di tutte le specie ittiche presenti nel Mediterraneo, in considerazione soprattutto che si tratta di un “mare chiuso”.

Voce Al Silenzio riassume qual è la situazione del nostro Paese, su cui c’è pochissima informazione:

Nel nostro Paese operano, attualmente, oltre 66 concessioni di estrazione petrolifera offshore con pozzi già attivi, sono in vigore 24 permessi di esplorazione offshore, soprattutto nel medio e basso Adriatico a largo di Abruzzo, Marche, Puglia e nel Canale di Sicilia. L’area delle esplorazioni supera gli 11.000 kmq. Lo scorso anno il Ministero dello sviluppo economico ha pubblicato delle mappe con le aree in cui si richiede l’autorizzazione per esplorazioni petrolifere. Le mappe dimostrano un forte incremento delle richieste di trivellazioni esplorative soprattutto al largo di Abruzzo, Marche, Puglia, Calabria, versante ionico e nel Canale di Sicilia. La superficie complessiva non è nota, ma si può stimare che sia almeno il doppio di quella in cui le ricerche sono già state autorizzate, perche gli italiani non vengono informati di queste operazioni?;

Sappiamo che la qualità del petrolio italiano off-shore è di pessima qualità perché bituminoso con un alto grado di idrocarburi pesanti e ricco di zolfo, praticamente simile a quello albanese che non ha portato nessuna ricchezza al loro territorio, al massimo solo speculazioni.
Quello che al solito non viene detto è che il prodotto di scarto da petrolio bituminoso è il pericolosissimo idrogeno solforato (H2S) dagli effetti letali sulla salute umana, anche a piccole dosi. L’Organizzazione mondiale della sanità raccomanda di non superare 0.005 parti per milione (ppm), mentre in Italia il limite massimo previsto dalla legge è pari a 30 ppm: ben 6000 volte di più. In mare addirittura non ci sono limiti previsti nel nostro Paese

Ecoblog segnala la mappa delle piattaforme realizzata dal Comitato Abruzzese Difesa Beni Comuni:

Il WWF chiede forti rassicurazioni sul fatto che la valutazione di impatto ambientale, necessaria nel caso di trivellazioni a scopo di ricerca come quella approvata nel Golfo di Taranto, sia stata fatta nel migliore dei modi e che ogni misura di prevenzione sia stata adottata per limitare e mitigare i danni che ogni trivellazione in ogni caso comporta

Tutto questo, continua il Wwf, perchè il Mediterraneo è un mare molto particolare

Ricordiamo infatti che il Mediterraneo, una delle 200 ecoregioni a più alta biodiversità del mondo, è tutt’ora uno dei mari con la più alta concentrazione di idrocarburi dovuti non a disastri ma al cronico sversamento di petrolio effettuato illegalmente dalle navi cisterna. Quasi un quarto delle petroliere del mondo passa dal Mediterraneo

E per capire quali siano i reali rischi che corrono le coste italiane nel grande affare delle trivellazioni off shore basta guardare la mappa delle piattaforme (petrolifere e gasifere) attualmente attive nei nostri mari. Il lavoraccio di raccogliere le informazioni su ogni singola piattaforma è stato fatto dal Comitato abruzzese difesa beni comuni che ne ha contate ben 115, in gran parte al largo delle coste adriatiche e siciliane.

Il “lavoraccio”, però, è utile due volte: oltre al numero delle piattaforme, infatti, la mappa riporta anche alcune informazioni molto utili come il proprietario dell’impianto di estrazione e la data di messa in funzione. Bene, anzi male: la maggior parte sono dell’Eni e molte superano i trent’anni di età con qualche matusalemme del 1968.

Commenta No All’Abruzzo petrolizzato dalla California:

Ci rassicurano pero’ che tutto questo non potra’ mai succedere in Italia. Ce lo dice Sergio Morandi della Mediterranean Oil and Gas, ce l’ha detto Claudio Scajola prima di dimettersi da ministro dello sviluppo economico.

[…] Non ha mai sentito parlare di Trecate? Non ha mai sentito parlare della piattaforma ENI esplosa nei mari dell’Emilia Romagna negli anni sessanta e con tre morti? Non ha mai letto
di tutti gli incidenti petroliferi “minori” che accadono in Italia e di cui nessuno parla? Non ha visto quello che e’ successo nel Lambro, con una frazione piccola di petrolio rispetto a quanto si puo’ pompare da sottoterra? Non sa che il Mediterraneo e’ il mare con piu’ alta concentrazione di petrolio a causa di continui riversamenti accidentali che non finiscono sui giornali?
[…] Scajola pero’ prima di dimettersi aveva convocato Eni ed Edison per sentire quali sono le loro misure di sicurezza ed aveva poi disposto la sospensione di ogni nuova autorizzazione alle trivelle fino alla conclusione degli accertamenti di una apposita commissione. Questo in data 3 Maggio.

La cosa interessante pero’ e’ che proprio tre giorni prima, il 30 aprile lo stesso Scajola aveva rilasciato a Shell Italia il permesso di trivellare il Golfo di Taranto!

Purtroppo però, in un mare come il Mediterraneo, i rischi dipendono dalle politiche messe in atto da tutti i paesi che si affacciano sul bacino. E’ il caso della Libia, come ricorda Giornalettismo:

Nessun passo indietro dall’esecutivo libico: pienamente confermato l’accordo con British Petroleum per lo sfruttamento della costa del Mediterraneo meridionale.[...] continua il WSJ, il contratto in Libia di BP coinvolgerebbe la ricerca di petrolio in oltre cinquantamila chilometri quadrati d’area marina. Secondo alcuni analisti la Libia, insieme agli altri paesi dell’OPEC, non ha alcuna intenzione di “permettere alla catastrofe nel Golfo del Messico di intaccare i propri piani per lo sviluppo del settore petrolifero”.

[…] E I DANNI ? Pensando a BP che trivella la costa davanti casa, non potranno non venirci in mente le immagini della catastrofe ambientale che sta travolgendo la presidenza di Barack Obama. Ma c’è un elemento che non stiamo considerando: nella terrificante ipotesi di una nuova tragedia marina, BP dovrebbe pagare un risarcimento solo a Gheddafi. Infatti, Obama è in grado di esigere i danni da BP in forza della concessione costiera accordata dal Governo americano alla compagnia inglese: allo stesso modo, qualsiasi incidente dovesse accadere, l’unico titolato ad esigere la riparazione del danno che devasterebbe il nostro mare, sarebbe Muhammad Gheddafi.

Ma dall’Italia, oltre alle cattive nuove, arrivano anche notizie incoraggianti sul fronte della ricerca e della prevenzione. Spiega Il Sostenibile:

“PRIMI è un sistema che valorizza le immagini radar ottenute dai tre satelliti italiani della costellazione COSMO SKYMED, realizzata dall’ASI,” afferma Enrico Saggese, presidente dell’ASI, “che consentono di osservare la superficie del mare ogni poche ore, con la possibilità di identificare le macchie di idrocarburi e generare un rapporto per utenti esterni di previsione sia dello spostamento sia dell’evoluzione nel tempo degli oil spill”.

Il servizio di monitoraggio pre-operativo, in corso dal febbraio 2008 presso il Centro di Geodesia Spaziale ‘G. Colombo’ dell’ASI a Matera, ha già provato la sua efficacia, fornendo report su oil spill nel Mediterraneo a due utenti di riferimento (Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare e Guardia di Finanza – Comando regionale Puglia). PRIMI è ora in fase di calibrazione e validazione attraverso i dati acquisiti durante una campagna oceanografica a bordo della nave Urania del CNR. “Il Progetto pilota è interessante anche perché è in linea di principio esportabile in qualsiasi tratto di mare del globo ove esistano i dati di supporto per il trattamento delle immagini ed i modelli di circolazione necessari al suo funzionamento”, dichiara Luciano Maiani, presidente del CNR. “PRIMI è un sistema composto da 4 moduli: osservazione, previsione, archivio e interfaccia utente. Rispetto ad altri sistemi osservativi, la novità risiede nel fatto che il ‘modulo osservazione’ utilizza più piattaforme SAR (Synthetic Aperture Radar) e ottiche che garantiscono la massima copertura possibile dei mari italiani. Le informazioni su eventuali oil spill rilevati vengono poi trasmesse al ‘modulo previsione’ che, mediante modelli matematici di circolazione marina, produce una previsione a 72 ore sulle future posizioni degli oil spill osservati, nonché sulle loro caratteristiche”.

Insomma, il quadro generale sembra suggerire un’attenzione non del tutto sufficiente nei confronti delle caratteristiche particolari del Mediterraneo, ed una situazione in cui ognuno dei paesi che si affacciano sul bacino agisce per proprio conto e senza politiche comuni. Speriamo che dopo il disastro del Golfo del Messico questo scenario possa cambiare.

fonte immagini: Google Images

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Post pubblicato da: il 20 giugno 2010 - 261 posts su Liquida magazine.

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