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La pirateria online per l’industria musicale è un grosso mostro che fa paura, nonché un capro espiatorio al quale vengono addossati tutti i mali del settore, in primis ovviamente il crollo delle vendite di dischi. La RIAA, l’equivalente americano della SIAE, cita sul proprio sito i numeri di una ricerca di Institute for Policy Innovation: negli Stati Uniti calcola il danno annuale in 12,5 miliardi di dollari, 70.000 posti di lavoro persi e 2 miliardi di dollari in meno nelle tasche dei lavoratori.
Il j’accuse portato avanti da anni non è tuttavia così netto, e presenta delle sfumature che l’industria farebbe bene a imparare a leggere e cavalcare. “Copy Culture in the US and Germany”, un’anticipazione del report Copy Culture Survey condotto da American Assembly, svela infatti alcuni comportamenti online molto virtuosi, nonostante le apparenze.
Osservando il grafico che cataloga i consumatori americani per fasce d’età, e distingue all’interno delle loro collezioni musicali il modo in cui si sono procurati dischi e canzoni, emerge come gli under 50 siano in generale più appassionati alla musica, e non solo: la differenza sostanziale di musica presente sul pc di chi si trova nella fascia 18-29 e chi sta tra i 30 e i 49 è dovuta principalmente alla musica scaricata gratis. In altre parole? Il numero di dischi acquistati regolarmente rimane invariato tra le due fasce d’età, semplicemente i più giovani sono più avvezzi a scaricare musica o a farsela passare da conoscenti e familiari.
Un comportamento simile si vede anche in Germania:
Infine, dato ancora più interessante, dal sondaggio emerge che chi scarica musica ed è avvezzo al peer to peer, è anche un cliente più fedele di quell’industria discografica che tanto lo demonizza. Gli utenti P2P statunitensi possiedono molta più musica, circa il 37% in più, di chi non la scarica col filesharing, e la differenza arrivano principalmente dalla pirateria online e dal copiare i dischi da altre persone. Ma parte di questa differenza arriva anche dal legale acquisto di musica digitale: qui la differenza si attesta intorno al 30%.
“I nostri dati sono abbastanza chiari su questo punto e corrispondono a numerosi altri studi: i più grandi pirati sono anche i più grandi compratori di musica” spiega il report. In Germania la forbice è ancora più ampia, ma a differenza degli Stati Uniti il campione di persone è ancora troppo piccolo per dare autorevolezza ai dati.
“Il sondaggio offre un’ampia evidenza del modo in cui gli appassionati di musica si relazionano a essa – non più organizzandola intorno a grandi collezioni di CD o misurandola in termini di singoli album o canzoni comprate, ma piuttosto con un mix di strategie legali e illegali per accedere a qualunque brano immediatamente”. Come ha già iniziato a fare con lo streaming a pagamento, è su questa accessibilità che l’industria deve giocare le proprie carte.


