Blog dietro la cattedra, gli insegnanti sul Web

Scrivono delle loro lezioni, parlano dei loro studenti, riflettono su riforme e problemi: la blogosfera può essere la lavagna virtuale degli insegnanti?

Esami in corso, pagelle, compiti per le vacanze: argomenti che la fanno da padrone nei blog degli studenti nei primi giorni d’estate. E di blog che raccontano il punto di vista dei ragazzi sulla scuola ce ne sono moltissimi.

Scuola e blog per lo studio
Scuola e blog (Magazine.Liquida.it)

È però interessante vedere che, sempre più spesso, anche gli insegnanti affidano le loro storie e le loro opinioni al Web e alle pagine dei blog.

Racconti di lezioni e interrogazioni, pareri sui programmi e sulle riforme della scuola, ma soprattutto un’occasione importante per i professori di fare rete, di confrontarsi con i colleghi e spesso anche con gli studenti, al di fuori dei canali istituzionali (che spesso sono intralciati da lungaggini e poca informazione).

Dalle pagine di questi blog scritti dai professori esce un’immagine della scuola italiana viva e reale, e si disegna il profilo di lavoratori consapevoli dei problemi – a volte critici, più spesso propositivi e impegnati nel compito di svolgere al massimo questo lavoro così importante.

Lo Scorfano, un esempio valido

Un esempio valido è Lo Scorfano, blog di un insegnante che spesso condivide in Rete le sue impressioni sul proprio lavoro. Leggiamo due dei suoi post; il primo è una bellissima dichiarazione di orgoglio del proprio mestiere, dedicata a smontare la classica figura del “prof”, così come viene inquadrato dagli stereotipi più classici, un po’ frustrato e sempre occupato a lamentarsi:

Scusatemi insomma, ma io non mi sento per niente frustrato. Lo so che dovrei, lo so che fa parte del mestiere, lo so che non si fa una bella figura a essere un insegnante non frustrato, a non avere addosso quella tipica sensazione di fallimento, quella disillusione, quel senso di sogni perduti e di progetti traditi. Lo so che si finisce per essere meno credibili in questo modo, perché i ruoli sociali sono importanti e perché senza la frustrazione uno non è un vero insegnante di ruolo; lo so benissimo e me ne dispiaccio. Eppure non ci riesco, a sentirmi frustrato, abbiate pazienza. E so anche benissimo che dovrei girare con un’automobile vecchia e un po’ fuori moda, di un colore grigio topo, e avere un taglio di capelli parecchio triste (se avessi i capelli, peraltro…), e i jeans che andavano di moda negli anni Ottanta e avere sul volto quello stesso colorito grigio topo, ed essere una brava persona ma sentirmi un po’ sfigato, insomma, uno che si lamenta che un giorno lo hanno fatto fuori dall’università per motivi abietti e clientelari e così via.

Anche il secondo post parla di ruoli classici che vengono affidati a un insegnante e lascia trapelare la difficoltà quotidiana di questo lavoro:

Tutti siamo stati qualche volta il professore buono, quello disposto alle deroghe e al perdono; ma tutti siamo stati qualche altra volta il professore cattivo, quello per cui le regole vengono prima di ogni altra cosa, di ogni altro aspetto della vita di scuola. E, ogni volta che siamo stati l’uno o l’altro, abbiamo sbagliato, inevitabilmente, tutti. Perché tutti, inevitabilmente, sbagliamo, qualunque sia il ruolo che ci è toccato di fare in quel mese o in quell’anno.

Perché ogni ruolo è un errore e in genere è anche un errore che ci siamo scelti da soli. Poi mi direte che bisogna di volta in volta valutare e saper essere al momento giusto quello buono e al momento giusto quello cattivo. Lo so. E allora io vi chiederò di venire tutti i giorni (ma proprio tutti), alle otto del mattino, in classe con me e di dirmi in ogni momento se quello è il momento di essere buoni o il momento di essere cattivi; se è il momento delle persone o delle regole; quel momento lì e poi quello dopo e poi anche quello dopo ancora, ogni mattina ogni sessanta secondi. Il primo che sbaglia paga la colazione. Non il pranzo, perché alle 8 e mezza avremo già sbagliato tutti tre o quattro volte, fidatevi.

Il post di Leonardo

Scuola cosa c'è da sapere?
Tutto sulla scuola in rete (Magazine.Liquida.it)

Anche Leonardo, in un post denso e complesso, da leggere interamente, scrive di quanto sia difficile insegnare e dare dei giudizi che influiscono pesantemente sulla vita dei ragazzi. Soprattutto se i regolamenti e le riforme ministeriali intervengono a rendere tutto ancora più complicato. Ne citiamo una piccola parte:

Contrariamente a quanto qualcuno potrebbe pensare, gli insegnanti non bocciano volentieri. Non quelli di oggi, perlomeno. Ci sono vari motivi. […] Fino all’anno scorso. Cos’è successo improvvisamente? La Gelmini ci ha trasformati in sadici cacciatori di teste? La cosa è un po’ più complessa.
Senz’altro l’idea del giro di vite arriva dal Ministero. Ma in un modo molto più ambiguo di come ce la vogliono raccontare i media. Le varie circolari, spesso contraddittorie, ruotavano in ogni caso intorno a questa idea del sei. Quest’anno occorreva passare col sei. Con tutti i sei o con la media del sei? Credeteci o no, non si è capito fino alla settimana degli scrutini. Ma bocciare non è una cosa che si possa fare all’ultimo momento: bisogna aver preparato la famiglia (se per un anno non le dici niente e poi le falci il bambinetto all’ultimo momento, per forza poi ti fa ricorso: e nessuno vuole un ricorso). Questo ministro, che è molto chiaro ogni volta che parla davanti a una telecamera, quando scrive le circolari diventa un mostro d’ambiguità.

Sull’argomento della difficoltà effettiva in cui gli insegnanti si trovano al momento di decidere eventuali bocciature scrive anche Sogni, viaggi, un po’ di Praga e di Sicilia:

Come sapete, da quest’anno sono stati eliminati i giudizi e reintrodotti i voti. A questo è seguita la legge 169 del 2008 che dice che per essere ammessi alla classe successiva un alunno non deve avere nessuna insufficienza. Traducendo vuol dire che basta un 5 in una sola materia per perdere l’anno. Questo in nome di un ritorno alla serietà e alla severità. Poiché il voto misura il profitto è chiaro che diversi alunni qualche 5 ce l’hanno. Se dovessimo applicare la legge alla lettera, il 48% dei ragazzi sarebbe bocciato. Il voto misura, ma la valutazione è qualcosa di più complesso. Essa prende in considerazione il punto di partenza dello studente, il suo impegno, la sua partecipazione, lo svantaggio socio-culturale (quando esiste). Difficile racchiudere tutto questo dentro un numero. Alla legge sono seguite varie circolari esplicative in cui ciò che si affermava in febbraio, veniva smentito in marzo. Cosa fare? Alcune scuole volevano mettere il sei rosso o il sei con asterisco per segnalare le materie dove ci sono le lacune. Il Ministero con una circolare del 6 giugno ha detto che non si può fare. Cosa faremo? E’ovvio che davanti a 4 insufficienze l’alunno sarà bocciato, negli altri casi avrà sei a nella pagella saranno scritte le discipline dove ci sono carenze. Ma non facevamo così anche l’anno scorso? Tanto rumore per nulla.

La posizione della Chiesa

È degli ultimi giorni la notizia della presa di posizione della Chiesa contro la distribuzione di profilattici nelle delle scuole superiori, all’interno di un’iniziativa promossa dalla provincia di Roma: se su questo argomento non traspare (ancora?) una presa di posizione da parte degli insegnanti blogger, c’è un altro caso che coinvolge scuola e religione e che invece fa parlare molti insegnanti in merito.
Leggiamo i fatti e un commento su Giovani Pensanti:

Stato laico? Non l’Italia.
Un insegnante di Matematica e Fisica del Liceo “Righi” di Cesena è stata sospesa per due mesi dopo aver distribuito un questionario sulla preferenza di materie alternative all’ora di religione. Test in cui l’80% degli alunni delle tre classi a cui è stato distribuito, hanno preferito una materia alternativa all’ora di religione.
Il collega, che io definirei senza dubbio uno degli “integralisti religiosi cattolici” ha fatto partire un esposto contro la collega.
L’Italia è uno stato laico, l’informazione deve essere laica. Se uno studente ritiene di non dover frequentare l’ora di religione a scuola, la decisione deve essere pienamente condivisa.
Se una docente pone un questionario sulla possibilità di materie alternative, contemplate dall’offerta formativa, all’ora di religione, questo è un altro indice del grado di laicità dello Stato e di libertà personale.

Ma al di là di polemiche e disaccordi, i blog stanno diventando un mezzo importante per gli insegnanti per fare network, far circolare le idee, le difficoltà e le possibili soluzioni. È il caso del blog Insegnanti di sostegno che, fra i tanti argomenti importanti e spesso difficili che tratta, diffonde una lettera aperta scritta da Maria Corvini in merito al problema della dislessia:

Egregio Direttore,
sono un’insegnante e da 15 anni sono a contatto con gli studenti e con le problematiche riguardanti l’apprendimento, oltre ad avere esperienza come madre di un figlio di 14 anni.
Sono rimasta sorpresa dalle ultime iniziative istituzionali riguardo il disegno di legge sulla dislessia. Nel disegno di legge viene sancito in modo perentorio e inconfutabile che la difficoltà di lettura o di calcolo, e gli errori nello scrivere, sono considerati disturbi dell’apprendimento di origine costituzionale che persisteranno per tutta la vita. Per questo vengono attivate modalità di insegnamento specifiche, come si fa con i portatori di handicap, tutto ciò sotto la supervisione della neuropsichiatria infantile.
Ho cercato invano dei riscontri scientifici riguardo tali diagnosi e purtroppo ho trovato solo teorie soggettive, opinioni e conclusioni su ipotesi di prestazioni medie che gli alunni dovrebbero ottenere. Chi non rientra in queste ipotetiche “prestazioni medie” concordate, viene diagnosticato dislessico, discalculo, disgrafico ecc..
Nella mia esperienza ho visto un’infinità di difficoltà negli studenti e grazie al mio intuito, desiderio di aiutare, e grande pazienza ho scoperto che dietro ad ogni difficoltà degli alunni c’era qualche motivazione specifica e risolvendola pian piano migliorava raggiungendo buoni risultati.
Sono preoccupata per il futuro di molti bambini che, diagnosticati attraverso semplici test, si troveranno sbarrata la porta dell’istruzione, perché verrà loro negato l’esercizio dello scrivere, del leggere, del fare calcoli, risolvere problemi, tutti strumenti utilizzati da sempre nella scuola e fondamentali per imparare a leggere, scrivere e far di calcolo.

Ed è tempo – o quasi – di vacanze. Non solo per gli studenti è il momento di fare riflessioni sull’anno scolastico appena trascorso, ma anche per i professori. Nel caso specifico scegliamo due insegnanti donne, che con le loro parole esprimono al meglio le sensazioni che si provano al termine di un intero anno di lezioni. Sul blog Scuola Oggi viene riportato uno scritto di Loredana Lupo:

Fai l’insegnante? Beata te, hai un sacco di tempo libero!”. Questa è la classica risposta che mi sento dare da quando sono entrata a far parte della “categoria privilegiata” dei docenti: l’unico lavoro al mondo con più giorni di vacanza nel corso di un anno o quantomeno è così che i “non addetti ai lavori” amano definire, in maniera semplicistica, la nostra professione. Chi è docente lo sa bene, si sarà sentito riferire queste parole chissà quante volte nel corso della sua carriera e con l’avvicinarsi delle tanto meritate vacanze estive, dopo un lungo e faticoso anno di lavoro, la situazione non può che peggiorare e le “battutine” su questo argomento diventano sempre più frequenti e inevitabilmente fastidiose.

E infine, ancora una testimonianza di come il lavoro nella scuola sia fatto di un’alternanza di esperienze appaganti e frustranti, in un’altalena quotidiana. Scrive In Limine:

È finita la scuola.
Ho consegnato registro e relazioni finali.
Ho partecipato all’ultimo collegio dei docenti.
Ho firmato pagelle.
Ho salutato colleghi e poi sono fuggita con un gran senso di liberazione e un pizzico di magone.
Potrei raccontare tante belle cose della vita di quest’anno a scuola : gite, progetti, incontri, lezioni spettacolo, il mio alunno straniero che impara nuove parole, i dieci rossi, Cenerentola e le filastrocche, Ulisse e diamo la caccia all’aggettivo.
Potrei anche raccontare cose brutte: violenze familiari, insufficienze, note, lezioni perdute nel niente, discussioni, lacrime, disappunto per la gestione ministeriale, carabinieri e assistenti sociali, quella sensazione di essere sempre l’ultima arrivata.
Ma l’unica cosa che ho veramente capito nei nove mesi appena terminati è che anch’io vado a scuola per imparare.
Anzi dirò di più HO BISOGNO DI IMPARARE.

Si cresce, a scuola, quotidianamente, da entrambi i lati della cattedra.

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